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Emissioni, un laboratorio accanto alla discarica

di Gabriele Farina
Emissioni, un laboratorio accanto alla discarica

Il premio Nobel Hashem Akbari benedice il progetto della facoltà di Ingegneria Potrà fornire le informazioni sul deposito di inquinanti sulle superfici in città

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Un laboratorio modenese sulle emissioni benedetto da un premio Nobel. Hashem Akbari ha ascoltato con interesse la presentazione della Weathering test farm targata Unimore. Una struttura di ricerca attivata presso la discarica di via Caruso grazie al laboratorio di efficienza energetica (EELab) dell’ateneo e al cofinanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. All’interno una stazione meteo, espositori per prodotti quali tegole e pavimenti, oltre ad altri strumenti per simulare in tre giorni di laboratorio tre anni d’invecchiamento naturale. In due mesi sarà possibile avere maggiori risultati su un periodo ancora più lungo. «Tra circa due anni produrrà informazioni utili per comprendere i livelli dei depositi degli inquinanti sulle superfici», ha anticipato al dipartimento d’Ingegneria lo stesso Akbari. L’ingegnere nucleare di origine iraniana ha vinto nel 2007 il premio Nobel per la Pace per gli studi sul panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Cambiamenti che non risparmiano Modena. «Dalle mappe disponibili sul sito della Nasa circa le concentrazioni di pm 2,5 a livello mondiale, l’area di Modena e la Pianura Padana, insieme alla Ruhr e alla Cina, fa segnare i valori più alti al mondo», ha ricordato ieri la ricercatrice Unimore Chiara Ferrari. Per pm 2,5 s’intendono polveri ancora più sottili delle pm 10, di cui il nostro territorio è esperto negli sforamenti, e ancora più pericolose. «La farm sarà un campo di stress massimo per le proprietà relative dei materiali - ha aggiunto Ferrari - e ci aspettiamo colonizzazioni e valori dell’inquinamento molto più importanti che negli Stati Uniti». Più cauto sul punto il premio Nobel. «Anche se a Modena vi sono più sostanze inquinanti nell’aria, esse non rimangono attaccate alle superfici - ha ripreso Akbari - ma sono spazzate via dalla pioggia e dal vento». L’ospite ha poi indicato una nuova frontiera su cui Unimore si sta già muovendo: i fattori di crescita biologica nei materiali “cool”. Il termine significa sia fresco sia fantastico in inglese. In ingegneria indica tegole, pavimenti ed elementi costruttivi in grado di riflettere bene le radiazioni solari (riflettanza solare) e di restituire all’atmosfera esterna energia (emissività termica) più a lungo possibile. Gli ostacoli più significativi sono legati ai fattori inquinanti, su cui i ricercatori già indagano, come accade per i cambiamenti fisici e chimici. Per i fattori biologici «le ricerche sono più complicate», ha aggiunto Akbari. «A Modena è stato attivato uno dei primi laboratori in Italia per esaminare l’invecchiamento biologico sulle superfici sia “cool” sia tradizionali - ha ripreso Giulia Santunione, ricercatrice Unimore coinvolta nel progetto della farm - e capire cosa la crescita biologica comporta in termini di deterioramento delle prestazioni energetiche». Da biologa, Santunione ha posto l’accento sugli sviluppi nella zona sui test climatici previsti in via Caruso. «A oggi non c’è in alcun altro sito al mondo un’area per rappresentare l’inquinamento chimico-industriale della nostra area - ha aggiunto la biologa - e siamo pronti per iniziare l’indagine sull’inquinamento». «Ogni materiale sarà testato per un minimo di tre anni - ha concluso Ferrari - per vedere il loro comportamento e il decadimento delle proprietà radioattive».

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