Bruno Vescovini, una vita a Modena tra partigiani e aneddoti
A 92 anni ricorda impiccati e fucilati ai lati delle strade negli anni della guerra. Adolescente tra il ’43 e il ’45 partecipò alle operazioni tra Lesignana e Modena
MODENA Era in piazza a Modena nel 1936, assieme a tutta la classe guidata dalla maestra, per ascoltare Starace, segretario del Pnf, che magnificava Modena, “città nel cuore del duce per l’ottanta per cento di tesserati al Fascio”. Ed era nelle campagne tra Lesignana, Ganaceto e Villanova tra il 1943 e il 1945, quando le scuole erano requisite dai comandi dei tedeschi e dei repubblichini nella lotta antipartigiana, con i quattro partigiani impiccati ai rami della grande quercia tagliata pochi anni fa e i 32 fucilati nell’eccidio di Quartirolo a Carpi.
Una vita lunga quella di Bruno Vescovini, che dalla fine della guerra non ha mai smesso di partecipare in prima fila alle celebrazioni per ricordare l’impegno di quei ragazzi di allora che si trovarono davanti, dopo la resa dell’8 settembre 1943, a due alternative mortali. «C’era l’arruolamento forzato - racconta alla Gazzetta - con i fascisti repubblichini nella Repubblica di Salò, che affiancavano i tedeschi nella guerra civile con gli altri italiani. Oppure c’era la necessità di sopravvivere, nascondendosi sulle montagne o nei casolari tra i campi per combattere dietro le linee tedesche in accordo con gli Alleati che non arrivavano mai. Scarpe rotte e andare: non c’era altro da fare».
Non concede nulla alla retorica questo signore nato nel 1927 nel fondo agricolo che i suoi genitori avevano in affitto a Lesignana. Un’adolescenza complicata la sua, come per tutta la sua generazione, tra rastrellamenti e aiuti clandestini a chi doveva raggiungere la montagna. «Lo ammetto - dice con modestia - mi ha aiutato un’apparizione della Madonna da quando ero bambino e mi ha salvato quando a un tedesco gli si è inceppato il mitra mentre mi stava mirando e quando pochi mesi dopo mi trovai davanti alla pistola di un milite in camicia nera: anche quella volta l’arma fece cilecca. Per me sono miracoli».
La fede ereditata dalla famiglia, che comunque non aveva mai accettato il fascismo con le sue violenze, non gli impediva però di partecipare alla brigata partigiana del comandante Torricelli che operava tra Soliera e la Madonnina. Fu lui ad esempio, a trovare un civile con gli occhi sbarrati e le pallottole in corpo a Lesignana, dove oggi sorge un cippo costruito da lui e i suoi amici del Fronte della Gioventù, che nel dopoguerra raccoglieva i giovani di tutte le tendenze ma antifascisti.
«Quell’uomo era in mezzo al trifoglio, coperto di sangue - ricorda Vescovini - Era con abiti civili, forse un soldato che cercava di tornare a casa e che era stato aiutato da qualcuno. Ma non fu riconosciuto dalla gente che viveva nei paesi vicini e per noi resto sempre il partigiano ignoto. Dopo il conflitto ci tassammo, con una quota di 10 lire a testa e spendemmo 750 lire, una grossa cifra nel ’47, per poterlo ricordare. Del resto tutta la zona pullulava di fascisti e nazisti perchè volevano le strade sgombre per i rifornimenti con il Brennero. Se trovavano qualcuno senza documenti e senza giustificazioni lo accoppavano come disertore e tanti saluti. Persino mei giorni a cavallo della Liberazione i tedeschi asseragliati in una villa a San Pancrazio, ammazzarono da dietro le finestre Aldo e Augusto Alboni, due nostri partigiani che erano andati a chiedere la loro resa».
Nel ’45 finirono gli anni della ferocia e cominciarono quelli di una dura ricostruzione, con Vescovini impegnato nello sport (tra l’altro fu fondatore della Uisp a Modena) e pure in politica. «Ma sono sempre rimasto uno del popolo, non ho voluto accettare incarichi - ricorda - Credevo e credo negli ideali del socialismo ma quello socialdemocratico delle democrazie scandinave, dove i cittadini hanno diritti certi, non come succede in Italia. E dire che nel ’48 a Bologna, al congresso del Fronte della Gioventù, c’era Berlinguer ad applaudirmi in prima fila quando feci il mio intervento». Subito dopo iniziò l’attività come artigiano assieme ad altri soci per fare mobiletti in lamiera per le cucine. Infine l’attività nell’Associazione Provinciale Ambulanti, di cui è stato colonna per trent’anni.
«Una volta mi presero per per fucilarmi - conclude - ma il commendator Orlandi mi fece passare per operaio di un’azienda bellica e mi salvai. Un altro miracolo».
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