Quattro donne in trincea contro la mafia del Nord
Finale. Minacciate dalla ’ndrangheta che colonizza l’Emilia nell’indifferenza Quanti intrecci con i racconti choc da Brescello e i proiettili all’ex sindaco Brioni
FINALE. Donne che hanno affrontato la mafia al Nord, ricevendone in cambio minacce di morte, solitudine e indifferenza di tanta politica e di tante istituzioni. Donne che la mafia la combattono ogni giorno, con la loro testimonianza.
Il movimento Agende Rosse (niente politica, viene dal nome e colore dell’agenda fatta sparire da chissà chi al giudice Borsellino nel giorno del devastante attentato che lo ha ucciso) è sbarcato l’altra sera a Finale. Uno sbarco - come prevedibile - nel vuoto. C’erano giusto 25 persone ad ascoltare racconti e testimonianze agghiaccianti, per la contiguità con le vicende che il processo Aemilia ha svelato anche a Finale. E Finale, come accade nella vicina e altrettanto emiliana Brescello e in tanti contesti sociali ormai compromessi, ha risposto con l’indifferenza. Assenti le associazioni anche locali che si battono per i diritti dei cittadini, assente tanta politica, che pure si fregia di sostenere e condividere l’impegno antimafia. Finché fa comodo e si parla di altri mondi, verrebbe da dire. A fare gli onori di casa c’erano comunque il vicesindaco Biagi e il presidente del Consiglio comunale, Boetti. L’unico - è stato riconosciuto - a presenziare saltuariamente al processo Aemilia. Presenti anche la consigliera Zaghi della Lega Nord e quello del Movimento a 5 Stelle Pavan, che anzi ha contribuito all’allestimento tecnico.
Tutti, al termine, hanno riconosciuto lo spessore, l’emozione e l’interesse delle testimonianze che sono arrivate dalle 4 donne protagoniste della serata, che verrà replicata a Modena il prossimo 19 maggio.
La prima è la modenese Sabrina Natali. Madre, lavoratrice, eppure dedica ogni attimo libero della sua vita a diffondere informazioni spesso trascurate sulle infiltrazioni delle mafie in Emilia. Un lavoro imponente, documentato per conto di Agende Rosse sul sito e sulla pagina facebook “Processo Aemilia”. Sabrina ha raccontato la genesi del processo, i suoi protagonisti, i legami con Finale e la Bassa, con una sequenza incalzante e preziosa di informazioni, di immagini, di documenti.
Così come Giulia Paltrinieri, giovane reporter che si è aggiudicata il prestigioso Premio Morrione sul giornalismo investigativo, con una inchiesta che ha denunciato lo sfruttamento brutale e illecito delle sabbie del fiume Po, poi trasformato in quelle cave a discarica di rifiuti pericolosi. Giulia ha raccontato un mondo che ha presto trovato parallelismi con tante storie modenesi.
La serata poi è decollata con la testimonianza di Catia Silva, arrivata apposta da Brescello. Comune “parallelo” a Finale, perché “commissariato” in vista di un eventuale scioglimento per mafia. Come noto, Brescello è stata sciolta (si vota a giugno, tra tante incertezze sulle candidature) mentre Finale no, tra tante polemiche e già note intercessioni politiche per impedirlo. Catia ha raccontato delle minacce che ha ricevuto quando si oppose all’inserimento in lista di personaggi “sospetti”, del processo che ne è scaturito, dei continui tentativi - anche da parte di parroci e carabinieri - di ostacolare le sue denunce, le sue segnalazioni. «Mai ricevuta solidarietà, anche quando quei 5 che mi minacciavano sono stati condannati».
A concludere la serata l’agghiacciante racconto di Fiorenza Brioni, ex sindaco di Mantova. Costretta fin dal primo giorno a combattere una lottizzazione gigantesca e violenta sui laghi, promossa da gente del suo stesso partito e da un imprenditore poi coinvolto - ma finora assolto - in inchieste simil-Aemilia.
A Brioni furono recapitati proiettili per intimidirla, a Brioni erano diretti (riferisce un pentito) i tentativi di assoldare persone per farle “del male”. Un racconto inquietante, una storia che l’ha vista in prima linea contro i mafiosi al nord. E oggi, fuori dalla politica e da tessere di partito, impegnata in Agende Rosse: «Perché è in corso una vera colonizzazione, altro che infiltrazione. Perché questo sistema senza coppola e lupara ammalora la nostra politica, le aziende, le vite dei cittadini, i partiti. E arriva il momento di decidere da che parte si vuole stare».
Alberto Setti
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