«Villa Pollastri liberty? Italia Nostra ha preso un terribile abbaglio»
Il proprietario Marchetti: «L’edificio subì tanti rifacimenti e l’altana ne è un esempio. Ricorrerò ma è un gran danno»
«Losavio ha preso un abbaglio. Villa Pollastri non è un edificio tipico del liberty modenese. Non c’è niente di caratteristico perché sono tantissimi i segni che indicano interventi continui in questi ottant’anni, interventi spesso di scarso pregio. Può verificare ciò che dico. Se lo desidera, lo accompagno in visita». Lo dice il titolare della società proprietaria di Villa Pollatsri di via Sabbatini, la Mm Srl: Carlo Marchetti, imprenditore oggi in grave difficoltà che ha già dovuto licenziare 5 edili.
Marchetti mostra stanza per stanza la villa per far capire come il Tar ha sbagliato nella sentenza, basandosi sulle rimostranze di Italia Nostra Modena, arrivando ad annullare i permessi edilizi del Comune e della Soprintendenza. Una sentenza che ha portato a bloccare il progetto di restauro con “modesto ampliamento” e che, come sostiene, è nata da un eccesso di zelo del tribunale amministrativo ed è ingiusta. «Intorno a Villa Pollastri – dice il proprietario - si è voluto costruire un caso di salvaguardia di una tipica dimora storica modenese e invece ha prodotto solo la leggenda di una casa in realtà troppo pregiata».
Lo afferma con i documenti in mano. Documenti che però non sono mai citati dai giudici del Tar. «Ora mi trovo con una villa che mi è costata grandi sacrifici e un mutuo. Doveva essere un intervento fatto con cura per creare sei unità abitative (e non otto, come detto) dalle tre iniziali (e non due, come affermato nella sentenza). E invece mi trovo con una villa che può permettersi solo un cliente facoltoso. Che non ho».
Marchetti spiega che la villa a tre piani con altana di via Sabbatini è stata costruita nel 1923. Il progetto che mostra è una casetta di due piani da 800 metri cubi: un ammezzato con scalinata e il primo piano. Niente altana, solo tetto. Due anni dopo viene ampliata su un lato; nel 1929 secondo ampliamento e costruzione di una altana cieca (nessuna finestra). Ora è di 1500 metri cubi. Nel 1937 si avviano lavori e si innalza la casa di un piano intero e anche l’altana è allungata. Si arriva a 2.100 metri cubi. L’altana è ancora senza finestre ma nella mappa catastale del 1941 ecco che spuntano due finestrelle. «L’altana con le trifore e finestre in due ordini su tutti e quattro i lati così tipica per Italia Nostra e il Tar – spiega Marchetti – in realtà è successiva alla guerra. Nel documento catastale troviamo solo un ordine di finestre modeste. Già questo dimostra quanto poco pregiato sia questo elemento architettonico». E infine nel 1986, quando viene chiesto un condono, ecco che appare un balcone. Marchetti indica come le scale esterne sono state rifatte negli anni 70. E all’interno la moquette che copre la caldana è degli anni Sessanta. Le mattonelle interne sono dozzinali. Insomma tutti questi elementi provano secondo il proprietario che la villa non ha alcun pregio storico e culturale da preservare. Un terribile abbaglio ripete.
«Non ho mai voluto stravolgere niente – spiega Marchetti – anzi, prima di comperarla ho svolto un’analisi attenta e il Prg di Modena permetteva interventi con un minimo di vincoli nell’ambito di una “riqualificazione tipologica”. Era possibile una demolizione con una fedele ricostruzione e un ampliamento della cubatura con un massimo per consuetudine locale fino al 50%. Il progetto è stato approvato dal Comune: era regolare. Ma poi è intervenuta Italia Nostra che ha segnalato la villa alla Soprintendenza per il vincolo. Io ho prodotto la documentazione per spiegare perché il vincolo non era necessario. In fondo era una villa come tante altre della zona che sono state cambiate o abbattute tante volte: accanto alla mia ce n’è una che è stata ricostruita addirittura come garage».
«Col vincolo sono entrato in crisi. Il progetto approvato era impossibile da proseguire e dopo la cassa integrazione sono stato costretto a licenziare il personale. Gente che lavorava con me da vent’anni. Ho chiesto alla Soprintendenza cosa si poteva fare e nel settembre scorso ho presentato un secondo progetto molto più leggero: un restauro con un aumento di cubatura di un solo decimo rispetto a quello precedente. Mi hanno dato il permesso se seguivo alcune condizioni che ho accettato. Il Comune era d’accordo. Ero pronto a partire. E ora arriva la sentenza del Tar che annulla il progetto. Un incubo”.
E adesso? «Ricorrerò al Consiglio di Stato. Intanto oggi mi trovo con l’annullamento dei permessi per il secondo progetto nella fase finale approvata in dicembre mentre i titoli di settembre, paradossalmente, sono validi. Ma, dico io, cosa deve fare un imprenditore per avere la certezza di poter operare?»
Carlo Gregori
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