Gazzetta di Modena

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Parliamoci. Cosa resterà di questo voto e anche di quello che verrà

di ENRICO GRAZIOLI
Parliamoci. Cosa resterà di questo voto e anche di quello che verrà

Due mesi buttati al vento, con il paravento che anche altrove in Europa ne sono passate di settimane prima di formare un governo

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Due mesi buttati al vento, con il paravento che anche altrove in Europa ne sono passate di settimane prima di formare un governo. Il Paese a guardare smarrito, fatte salve le tifoserie da curva, la sceneggiata imbarazzante dei minuetti nei corridoi del Quirinale. Con un solo risultato, che in sé per altro avrebbe una connotazione di positività se solo fosse considerato: con questi numeri suddivisi tra queste forze in campo e dopo la campagna elettorale che si è vissuta non si riesce a formare un governo “politico”: quindi va immaginata e aperta una nuova fase. Non si riesce perché l’unica maggioranza ipotizzabile nel rispetto del sentiment espresso dalle urne era data da un accordo tra M5S e Centro destra: non si può per la rivalità sulla guida del governo e soprattutto per l’ostracismo grillino alla figura di Berlusconi, quasi Di Maio e soci avessero sceneggiato di persona l’ultimo (non esaltante né immaginifico, solo tristemente cronistico) film di Sorrentino. Altro non era onestamente pensabile, a partire da tutto ciò che comprendesse i poveri resti del Pd: la forza più pesantemente e moralmente sconfitta dagli elettori, la più osteggiata da ogni lato dagli avversari a iniziare da chi per necessità è poi andato a chiedere aiuto, pur di sganciarsi dalla Lega e dall’ombra del Cavaliere. Il riferimento al contratto di governo in salsa tedesca non è solo un modesto escamotage per aggirare la sorpresa, il disorientamento, la diffidenza di almeno una parte del proprio elettorato: è cosa impossibile e improponibile semplicemente perché in Germania tra partiti che si contrastano rimane un rispetto di fondo, un confine ben delimitato ai toni e modi del dibattito, un senso del bene comune prevalente su quello di parte che qui non esiste o non esiste più. Tra Cdu e Spd, anche nella consapevolezza che magari un giorno ci si deve rassegnare a trovare un punto minimo d’intesa, non si assiste alla delegittimazione sistematica, all’insulto, alla provocazione, alla falsificazione continua dei successi ottenuti o delle sconfitte conseguite dalla parte avversa, a una divisione del Paese del tutto ideologica anche se fondata su un fragilissimo, quasi inesistente, bagaglio ideale e valoriale. Se una stagione diversa deve iniziare, nell’incapacità di rinunciare ciascuno dei vincitori a qualcosa pur di dare un governo all’Italia, è solo quella di un ritorno alla civiltà del confronto. La tregua (che solo e sola un governo del presidente potrebbe garantire, indipendentemente dai risultati possibili in tema di riforma della legge elettorale o garanzia dei conti pubblici) significa decantazione: degli eccessi verbali e non solo dovuti ala ricerca esasperata di consenso nel breve, dell’appiattimento sui codici espressivi da talk show o social media, del disprezzo di ogni idea espressa da altri. E’ la pre condizione: valida sia per l’ipotesi di un esecutivo più o meno balneare, sia nel caso di un ritorno immediato alle urne. Senza questa, nulla sarà meglio di altro , comunque vadano a finire anche nuove elezioni. E purtroppo, oggi, sembra la cosa più difficile a realizzarsi.

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