Maranello, il naso rosso che porta gioia dove i bambini muoiono
Maranello. Marco Rodari, in arte Claun il Pimpa, racconta la sua missione: «Faccio sorridere i piccoli del Medio Oriente in guerra che hanno perso tutto»
MARANELLO. Si chiama Marco Rodari, in arte Claun il Pimpa, e con il suo naso rosso combatte un’importante missione: portare il sorriso dove è più difficile trovarlo.
Sabato ha fatto tappa al Mabic di Maranello, per intrattenere i bambini con uno spettacolo e per presentare, attraverso alcune letture, il suo libro “La guerra in un sorriso” in cui cerca di far rivivere ai lettori cosa significa vivere sotto le bombe e, nonostante ciò, essere capaci di sperare. Fondatore nel 2015 dell’associazione “Per far sorridere il cielo – Claun il Pimpa – Onlus”, Rodari è impegnato da anni in attività di clownterapia nelle zone più problematiche dell’Italia e del mondo.
In particolare, 15 anni fa, la sua prima volta in Medio Oriente: «Mi piace vivere i posti e vederli con i miei occhi, non sentirmeli raccontare» spiega. Da allora, non è più riuscito a non tornare nelle zone colpite dalla guerra: «Sarebbe come abbandonare la propria famiglia».
Ed è così che, ogni volta che può, soprattutto nel periodo di Natale, torna in quei luoghi in cui la sua associazione è attiva con diversi progetti. C’è “Claun per…” attivo a Bagdad, Aleppo, Gaza, che ha la finalità di portare un sorriso ed un sostegno economico ai bambini e alle famiglie colpite dalla guerra. E poi, “Una casa per…”: in guerra si perde tutto, dai propri affetti alla propria abitazione.
“Per far sorridere il cielo” cerca di aiutare, un po’ per volta, chi è in difficoltà, donando una casa alla volta, per una famiglia alla volta. Tanti piccoli grandi tasselli che vanno a costruire un enorme castello di solidarietà, indispensabile per chi non ha più nulla. Però, precisa Rodari con grande modestia: «Non sono un supereroe».
Lavora principalmente a contatto con i missionari, che lo aiutano a raggiungere posti nei quali è difficile accedere, ma la sua è una attività completamente extrareligiosa.
Si reca negli ospedali, per portare un po’ di serenità ai bambini che sono rimasti feriti o mutilati, ma anche alle loro famiglie, quando queste sono ancora presenti, perchè ci sono piccoli che restano anche del tutto soli al mondo. Va anche nelle scuole e per strada, in cui il suo naso rosso spicca in mezzo al grigio delle macerie lasciato dalle armi.
«Non è vero che i bambini sono abituati alla guerra; non ci si abitua mai alla guerra, anche se non si è mai vista la pace. Lo diciamo solo per consolarci. È in gioco la vita, e non ci si abitua a una bomba, seppure se ne siano viste altre mille prima».
E continua: «La cosa più difficile, in certe zone, è la quotidianità. La guerra va oltre i feriti e i morti; c’è un’intera generazione che non può realizzarsi. Nella sofferenza bisogna entrare in punta di piedi. Il primo approccio con i bambini può essere anche un non approccio, nel senso che si può anche non far nulla. Poi, però, piano piano prendono confidenza, e allora esplodono: la gioia – conclude Riodari - si vendica sul dolore».
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