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Non è un “nonno orco”: scagionato dopo otto anni

di Carlo Gregori
Non è un “nonno orco”: scagionato dopo otto anni

Formigine. Assolto anche in Cassazione il pensionato che l’ex “nuora” indicava come l’autore di abusi sessuali sulla figlia di tre anni. «Solo indizi poco chiari»

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FORMIGINE. Non è il nonno orco che ha violentato la nipotina di tre anni quando fingeva di accudirla mentre il figlio e la sua compagna erano al lavoro. La figura del pedofilo in famiglia è stata definitivamente cancellata dalla sentenza della Corte di Cassazione, appena pronunciata, che chiude questa dolorosa vicenda di Formigine che vede la famiglia della bambina (i genitori sono oggi separati) e quella del nonno, abitare porta a porta intorno a un mondo di chiacchiere e pettegolezzi su una vicenda giudiziaria molto complessa.

La madre, una giovane che chiameremo Paola, aveva denunciato nel 2010 il proprio “suocero” (padre del convivente) che accudiva la nipote di tre anni durante le ore di lavoro. Paola aveva prima discusso in famiglia di alcune frasi dal suono osceno che la bambina pronunciava accompagnandole al nome del nonno, a certi comportamenti troppo maliziosi e poi a certi segnali del corpo che qualcosa era accaduto. I suoi sospetti sono finiti al centro di accese discussioni col compagno, figlio dell’uomo contro il quale puntava il dito, e poi con i Servizi Sociali. Questi hanno segnalato alla Procura i sospetti che sono rimasti tali: in fondo si trattava di indizi ragionevoli formulati da persone del ceto medio e di buona cultura. Poi Paola e il suo compagno (che chiameremo Roberto) si sono separati proprio a causa di queste gravissime divergenze: l’uomo sosteneva che i segni corporali erano solo irritazioni; lei insisteva che indicavano abusi da violenza sessuale. La Procura ha perciò fatto svolgere una perizia psicodiagnostica con un incidente probatorio fissato nel 2011. Il perito del giudice ha così stabilito che l’ipotesi di una violenza sessuale ripetuta era una “mera ipotesi”.

Questo punto è diventato il cuore del caso giudiziario. Infatti al processo con rito abbreviato il pm aveva chiesto l’assoluzione in quanto riteneva che non ci fossero sufficienti prove contro l’anziano formiginese difeso dall’avvocato Flavia Sandoni. Il giudice invece ha ritenuto di scorgerle chiaramente: la sentenza è stata una condanna a quattro anni e otto mesi di reclusione senza attenuanti generiche. E’ stato a quel punto che Paola si è sfogata pubblicamente accusando l’ex suocero-orco dei gravissimi abusi sulla figlia. Ha raccontato la difficoltà che aveva incontrato a parlare in pubblico di tutto questo, ad essere creduta, il suo senso di emarginazione. «Per loro non ero una vittima – ha detto dei pettegoli di paese – ma una specie di complice».

Poi è arrivato il processo d’appello che ha ribaltato tutto: i giudici di Bologna non hanno visto prove solide di alcun tipo. Solo “indizi pulirmi ma non univoci”. La bambina non poteva sostenere un esame diretto, neppure un’audizione protetta, e quindi la sua voce non si è sentita. Le espressioni riferite dalla mamma non hanno un significato univoco nel valutare la sessualizzazione di una bambina. E poi Paola aveva “una costante attenzione all’igiene di sua figlia, all’uso di creme e guanti di lattice anche contro le indicazioni della pediatra”. E di questo non si è tenuto conto. Considerando l’ambiente familiare “normale”, “si può allora escludere che il padre abbia semplicemente detto la verità e che non sia una persona disposta ad abdicare ai doveri di genitore e all’affetto verso la figlia pur di difendere il proprio padre?” I giudici hanno risposto di no. Al contrario, “non è da escludersi una madre iperattenta, incline alla possibilità di autosuggestione nello scrutare la figlia e vittima in buona fede di percezioni enfatizzate”. Di qui l’assoluzione in appello. Ora confermata in Cassazione. Otto anni dopo i fatti, quell’anziano formiginese che era stato accusato di essere l”orco di famiglia” è una persona integra: le gravissime accuse di abusi sulla nipotina erano sospetti infondati.



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