«Baglio, criminale recidivo mai pentito dei suoi reati»
Serramazzoni. Le motivazioni dei giudici sulla sentenza del processo Teseo «Estorsioni e corruzione per favorire l’impresa di famiglia negli appalti pubblici»
Dalle motivazioni della sentenza Teseo emerge uno spessore criminale immutato negli anni per Rocco Antonio Baglio, arrivato dalla Calabria in Emilia a fine anni '80 con l’intento di tenerlo lontano dagli ambienti della 'ndrangheta a cui era considerato legato, e che gli avevano procurato già condanne. Precedenti che per i giudici «sono di significativa gravità e impegnano una estesa porzione della esistenza del prevenuto, di cui delineano un profilo volto alla commissione di reati, specificamente estorsivi e fondati sulla prevaricazione violenta». Ma è con le vicende di Serra che a Baglio viene riconosciuto un “salto di qualità”, perché i nuovi fatti segnano «l’espansione verso aree di criminalità non meno insidiose quali quelle dell’inquinamento corruttivo della Pubblica amministrazione – precisano i giudici in riferimento agli appalti pilotati (scuole e stadio) a favore dell’impresa edile di famiglia, la fioranese Unione Group - con una progressione che pare indicare un’evoluzione verso forme diverse e più affinate di penetrazione nel tessuto economico, sociale e istituzionale». Il tutto «senza abbandonare la consuetudine con le originarie forme di coercizione nonché le relazioni e i costumi in tale ambito sviluppate». E questo con una sorta di compiacimento, vista nei dialoghi intercettati «una manifestazione persino ostentata di vicinanza a paradigmi e ambienti di criminalità organizzata». La condanna stabilita dai giudici si fonda innanzitutto su una recidiva quasi ostentata, dato che Baglio «non soltanto non pare avere inteso distaccarsi da tale passato penalmente segnato, ma lo richiama a titolo di merito e di prestigio criminale», e «avvalendosi di tale connotato di autorevolezza delinquenziale, sviluppa relazioni strumentali». Poi i reati in sé vengono ritenuti «di elevata gravità», e prova «di una capacità di affermazione delinquenziale penetrante e diffusa». In più, in tutta la vicenda iniziata nel 2008 e conclusasi con sentenza dieci anni dopo, «non ha offerto alcun segno di resipiscenza». Mai pentito, insomma. Ma se è riuscito nel suo intento, è perché «la corruzione ha avuto quale terminale passivo un sindaco, la cui valenza apicale nella vita amministrativa municipale sarebbe tautologico rimarcare». Grazie a questa complicità, «la corruzione ha riguardato e inquinato sistematicamente le procedure di affidamento dei lavori pubblici nel Comune in esame, per uno specifico ma esteso arco temporale». E con parole dure i giudici chiamano in causa Ralenti dicendo che «la continuità della collusione constatata ha delineato una sorta di mercimonio (così viene definito, ndr) della posizione funzionale del sindaco, in un contesto di diffusa confusione e commistione tra interessi pubblici e privati».
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