Da Modena al “Time” per raccontare i profughi
Ha vinto il World Press Photo per l’innovazione dopo essere stata per un anno con Taimaa, mamma siriana che ha girato i campi d’accoglienza di mezza Europa
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MODENA. Il racconto comincia sempre dai nostri occhi, da quello che si vede. Poi da quello che si osserva.
È attraverso i nostri occhi che diamo corpo alla storia che vogliamo far conoscere. È passando dagli occhi che scegliamo le parole, fermiamo l’immagine, ritagliamo un particolare. Gli occhi di Francesca Trianni si sono incrociati con quelli di Taimaa un pomeriggio di settembre nel 2016 quando, guardandosi in faccia per la prima volta, si sono scelte.
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Francesca ha scelto Taimaa per la sua storia di rifugiata siriana che avrebbe, di lì a pochi minuti, dato alla luce la piccola Heln. Taimaa ha scelto Francesca per far conoscere la vita di chi lascia tutto per ricominciare, aggrappandosi solamente alla speranza. Gli occhi di Francesca hanno raccontato Taimaa, ripresa per 365 giorni, dalla nascita di Heln fino al compimento di un anno della piccola. Sono state insieme, hanno condiviso ansie ed emozioni, sono diventate amiche e Francesca Trianni, modenese di 29 anni che vive a New York e lavora al settimanale Time - il magazine più famoso e prestigioso al mondo - ha vinto il primo premio per l’innovazione al World Press Photo con il reportage "Finding Home" ("Trovare casa"). Sono gli stessi occhi, quelli di Francesca, decisi e fieri, che dodici anni fa guardavano l’orizzonte per spiccare il volo, da Modena al mondo. E c’è riuscita.
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Da dove è iniziato tutto?
«Da una mail arrivata alle 3 di notte. Ero al quinto anno del liceo classico Muratori, appena tornata da una esperienza all’estero a Boston. La Columbia University, dove avevo fatto domanda per studiare scienze politiche, accoglie la mia richiesta. Dopo tre mesi ero di nuovo là. Sapevo di partire e anche che non sarei più tornata».
Dalla Columbia al Time in poco più di dieci anni, non male...
«L’ultimo anno alla Columbia mi ha cambiato la vita grazie al professore Alexander Stille - giornalista e scrittore - e allo stage con Giovanna Botteri nella sede Rai di New York. È una delle più grandi giornaliste di sempre, incredibile vedere come ogni sera vada in onda: la forza di una donna, insegnante instancabile, che racconta al mondo l’America. Lei mi ha fatto definitivamente innamorare del mio lavoro. A 18 anni non avevo il coraggio di dire a voce alta che volevo fare la giornalista, volevo guardare lontano».
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Quando hai capito che volevi diventare giornalista?
«Sognavo da sempre di fare l’inviata all’estero e sono capitata nel posto giusto al momento giusto, quando la scuola di giornalismo formava videoreporter e il Time investiva sulla produzione di video».
Time: lo avresti mai immaginato?
«Mai...». Sospira.
Prima del Time, l’altra rivista per la quale hai “lavorato” è stata il giornalino del liceo Muratori...
Sorride: «È stato un atto di amore per la scuola, il mio grazie agli studenti del futuro, che arrivando avrebbero trovato qualche traccia scritta del passato. Le prime copie le stampavamo a lavorare da mio padre, con Maria Elena Seidenari piegavamo a mano ogni pagina, lo assemblavano e lo andavamo a distribuire. Esiste ancora, vero?».
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Certo. Sorride ancora. Torniamo al premio. Come nasce l’idea del reportage “Finding Home” (“Trovare casa”)?
«Di profughi, era l’autunno del 2016, ne parlavano tutti. Dovevamo rendere questa storia molto più intima. Così mi sono immedesimata in questa ragazza. Eravamo a Salonicco a cercare chi poteva credere in noi quando è arrivata la telefonata: c’era Taimaa, dopo mezz’ora avrebbe partorito. Sono entrata con lei in sala parto e non ci siamo più lasciate per un anno. Sul magazine sono uscite quattro prime pagine, on line storie, fotografie, piccoli video. E tutti i giorni un post su Instagram, proprio come fanno le mamme normali. Noi con Taimaa abbiamo fatto così: raccontare la vita di ogni giorno, i ricordi, i pensieri. E la cosa più bella è stato vedere quante persone si sono immedesimate: in tanti ci hanno scritto, c’è chi ha iniziato a fare volontariato spinto dalla testimonianza di Taimaa».
La senti ancora?
«Certo, sempre».
Come proseguirà il progetto?
«Con un documentario di 90 minuti che sarà pronto tra qualche mese».
Qual è il tuo sogno per Taimaa?
«Spero, un giorno, di poter tornare in Siria con lei. Dalla Grecia è stata in Estonia, poi in Germania. Probabilmente tornerà deportata in Estonia».
E il sogno di Francesca?
«Continuare a raccontare storie facendo questo mestiere».
C’è mai stato un momento nel quale hai pensato di non farcela?
«Più volte ho pensato di non finire la storia, muoversi nei campi profughi e negli ospedali significa entrare a contatto con l’intimità delle persone e queste devono fidarsi di te».
E come è andata?
«Ho trovato le persone più generose che io abbia mai conosciuto, pronte a condividere con te le uniche quattro patate che avevano, ospitandoti nella loro tenda per raccontarti che avevano lasciato tutto per provare a dare un futuro ai figli».
Come vivi il dibattito sull’accoglienza che dura in Italia da anni ormai?
«Sono troppo lontana per giudicare. Dico solo che sono orgogliosa di essere cittadina europea avendo visto coi miei occhi il lavoro di volontari e associazioni nei campi profughi in Grecia, Germania ed Estonia».
Che cos’è per te l’accoglienza?
«Trovarsi nelle loro tende quando ti raccontano la loro vita e ti mettono in mano la loro esistenza».
A tuo modo puoi definirti migrante. Sei sempre stata accolta nei tuoi viaggi?
«L’Italia ha una reputazione bellissima, e quando si viaggia questo aiuta. Io ho sempre con me l’aceto balsamico...».
Oggi com’è la tua giornata? C’è una scrivania o sempre viaggi aerei?
«Ora dobbiamo finire “Finding Home” con Aryn Baker e Lynsey Addario: lavorare con loro è un privilegio».
Torni a Modena?
«Mediamente due volte all’anno, in estate e a Natale per i tortellini della nonna».
La tua famiglia come vive questa tua carriera?
«I miei genitori - Ludovico e Mariangela - sono i veri eroi di questa avventura, mi hanno sempre supportata e sopportata e hanno condiviso con me questa storia. Mia sorella Alessandra è anche venuta a conoscere una famiglia di profughi».
Che cos’è per te Modena?
«Modena rappresenta un senso di responsabilità da portarsi sempre dietro, radici fortissime sulle quali contare. È facile andare quando hai un porto come Modena, solido e sicuro, nel quale tornare».
Chi è per te Modena?
«Tutta la mia famiglia, gli amici di sempre, i compagni di banco per i quali tornare: Chiara Mastria, Agnese Malpighi, Roberto Tonelli, Veronica Neri e Giovanni Gozzi».
C’è un luogo di Modena che ha un significato particolare?
«Il bar di fronte al Muratori dove scrivevamo sul muro, discutevamo tra sogni e paure, dove abbiamo fumato le prime sigarette e al futuro ognuno dava la sua risposta».
Tra dieci anni dove sarai?
«A raccontare storie, sperando che qualcuno le legga o le guardi per provare a capire il mondo: quella per me è la vera felicità».
A chi devi dire grazie?
«Alla mia famiglia, sempre».
C’è mai stato qualcuno che ha smontato i tuoi sogni e ti ha detto “ma chi ti credi di essere...”?
«Ogni settimana, soprattutto come donna, devo spiegare e convincere di poter fare ciò che faccio, di poter dire quello che penso. la mia risposta è continuare a viaggiare e a fare».
Torneresti a Modena?
«Non so quando succederà, ma mi piacerebbe molto. Soprattutto per raccontare tutto ciò che sappiamo fare bene, spiegare le ragioni che ci rendono orgogliosi della nostra terra».
Francesca che tipo è? Sicuramente determinata...
«Io dico impaziente e ambiziosa. Spero che gli altri dicano generosa».
Taimaa cosa ha lasciato in te?
«Mi ha insegnato la resilienza e la speranza. Mi ha cambiato la vita, io spero di aver contribuito a cambiare un po’ la sua».
Cosa ti senti di dire ai giovani che vogliono spiccare il volo?
«Di essere testardi, non fermarsi ai primi “no”, perchè quelli ci saranno sempre, come gli errori e le indecisioni. Credere in se stessi in ogni situazione e non perdere mai la speranza, come mi ha insegnato Taimaa».
@dvdberti . ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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