Gazzetta di Modena

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Berselli e il ’68: «Ecco perché ha rovinato tutto»

di Edmondo Berselli*
Berselli e il ’68: «Ecco perché ha rovinato tutto»

In occasione dell’evento dedicato al giornalista modenese pubblichiamo un suo scritto sul movimento di fine Anni ’60

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“Il ’68 ha rovinato tutto” si intitola lo scritto di Edmondo Berselli da cui prenderà il via l’incontro in programma oggi all’Aem. Fa parte di una selezione di brani tratti da “Adulti con riserva” letti dall’attore Simone Francia con l’accompagnamento alla chitarra di Massimiliano Giovanardi.



A un certo punto, leggendo le pagine politiche del <<Giorno>> si era capito che c’era un’arietta carogna, un venticello sommesso di delusione, che Giorgio Bocca non era più così allegro. Anche la borghesia milanese più illuminata sembrava un po’ spenta. Insomma, democristiani e socialisti, insieme con i partiti laici, si erano impelagati. C’era un clima di stanchezza, la sensazione che le sabbie mobili avessero impaludato il centrosinistra. Il sospetto di avere già perso un’occasione. E nell’impossibilità accertata di fare le sacrosante riforme a qualcuno sarebbe venuto in mente di passare direttamente alla rivoluzione. La morale è che quel decennio che chiamiamo volgarmente anni Sessanta è stato l’epoca di una felicità. Breve, quel sentimento, perché altro che breve, i Sessanta sono stati un decennio brevissimo. Si può tagliare via il paio d’anni iniziali, che risentono ancora delle lentezze precedenti. E si può escludere anche l’ultimo tratto, che comincia con il Sessantotto, perché il Sessantotto, dopo il beat, per chi non l’avesse ancora capito, ha rovinato tutto. E tutto nel senso di tutto.

La ragione, in fondo, è semplice. Quegli anni erano stati largamente fondati sull’individualità. Vabbé che si diceva noi, con i Nomadi, ma ognuno si vestiva come gli pareva, teneva i capelli come voleva, ascoltava qualsiasi musica proprio come gli andava. Ci si sentiva così bene, prima della politica, prima dell’impegno!

Invece, dopo, sarebbero venuti certi tipi, di solito in coppia, che avrebbero preteso di metterti in un angolo e indottrinarti. Con un’aria mondana, e un sorriso di complicità, ma anche di palese superiorità: se non capisci, ragazzuolo, fidati di noi che la sappiamo lunga. Criticavano il nozionismo. Contestavano l’autoritarismo. Avevano facce ed espressioni perfettamente riconoscibili, da cui si capiva che avevano sempre ragione loro, su qualsiasi tema e argomento.

A dirla tutta, forse l’idea generale nelle strutture del Gran Partito, del Pci, era che nel giro di qualche mese tutta quella eccitazione si sarebbe acquietata, e che le intelligenze migliori del Sessantotto avrebbero trovato una casa nel Pci. Era un’illusione, naturalmente. Come era un’illusione quella di noi della generazione beat, che la politica si ritirasse di nuovo, e che ci permettesse di riprendere il filo interrotto con lo spirito ludico di pochi mesi prima. Irrealistica, come speranza. Il Sessantotto stava diventando una cosa serissima.

Ma per disgrazia o per fortuna eravamo ignoranti come scimmie e provinciali come vecchie zie. Il pensiero che a Parigi fosse in corso una specie di carnevale rivoluzionario era riassumibile nello stupore che si può avere davanti alle immagini di una sequenza televisiva. Parigi non era realtà: era un film lontano. Mentre qui da noi, nella nostra realtà, il giorno in cui fu proclamato uno sciopero scolastico per condannare una qualche sciocca manovra del governo, l’iniziativa parve una forzatura insopportabile: ma come, qualcuno decideva per me? E chi era a decidere, di grazia, il movimento? Quale movimento? E allora non mi avrete. Non verrò alle assemblee, non verrò alle riunioni, non verrò alle manifestazioni. Non aderirò alle mozioni, non firmerò le petizioni. Fingerò, oh sì, fingerò. All’occorrenza farò lo sguardo pensoso, e con aria compunta riconoscerò che il problema delle masse, e la liberazione, e l’emancipazione, e bla bla bla. E allora: lo dico senza remore, dico anch’io qual è il mio programma, la mia sfera di valori, ammesso e non concesso che io abbia dei valori. Anch’io voglio guardare con ottimismo al futuro. Abbinare un colore al senso delle cose che cambiano. Anch’io voglio continuare ad avere una speranza; o magari due o tre. Perché anch’io sono un bambino degli anni Sessanta. Perché anch’io sono un eclettico.

*tratto da “Adulti con riserva – Come era allegra l’Italia prima del ‘68”, Mondadori, 2007.

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