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Modena. La startup della mafia che ci colonizzava

Modena. La startup della mafia che ci colonizzava

Nella requisitoria dei pm ad Aemilia la cronistoria della ’ndrangheta nostrana. E oggi al processo si parla di Modena

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MODENA. Un soggiorno obbligato del 1983 che ha contaminato di mafia l’Emilia tra Modena e Reggio. È a quell’anno che la Dda di Bologna fa risalire la start-up di Aemilia della ’ndrangheta nostrana. Dall’arrivo in un paesino di provincia di Antonio Dragone, al soggiorno obbligato. Circondato da guardie del corpo, che “occupavano” l’unico telefono pubblico del paese per tutto il giorno. Il questore dell’epoca segnalava in una comunicazione “riservata” il «pericolo costituito dalla presenza di una numerosa colonia di cutresi che non si integrano, che non lavorano e che potrebbe favorire la costituzione di una associazione di tipo mafioso».

Parole, nella sostanza queste, che il pm Marco Mecsolini al processo Aemilia ha definito «lungimiranti». E puntualmente inascoltate dall’Emilia degli anticorpi, fino alle scoperte di aemilia. Non le prime, perchè Mescolini ha ricordato vicende processuali diverse, a cominciare dalla bomba all’Agenzia delle Entrate di Sassuolo, già giudicate. E ha ricordato la storia dei Pelaggi, i calabresi sbarcati a Maranello, ha detto, per conto della cosca arena: «Avevano assegni per 90mila euro, e con le frodi fiscali hanno messo su in pochi anni affari per 90 milioni...».

Una cronistoria che poi è passat dagli omicid degli anni Novanta e che, proprio indagando sui Pelaggi, ha consentito ai carabinieri di Modena di imbattersi in cognomi nuovi, come quello di Giglio, che tra l’altro con il Bianchini di San Felice si dilettava di fatture false. E’ da lì, per caso, che è partita Aemilia.

«Il fatto che, dopo due anni e mezzo di udienze, il processo contro la ’ndrangheta al Nord si avvii alla conclusione evidenzia una capacità di risposta della giustizia emiliano-romagnola che probabilmente nessuno poteva immaginare». Centinaia di imputati e migliaia di documenti, con una direzione del procedimento (la Corte è presieduta dal modenese Francesco Caruso, a latere i colleghi Cristina Beretti ed Andrea Rat) che Mescolini ha definito «encomiabile». «Le indagini - aggiunge - non sono mai cessate». Con una “svolta” data dai pentiti che «hanno fornito riscontri formidabili a quanto da noi sostenuto».

Per rimarcare la complicità delle imprese emiliane, Mescolini ha citato un industriale veronese accompagnato a Cutro da Nicolino Grande Aracri per un affare legato alla costruzione di pale eoliche: «Incredibile l’appeal che costoro (gli ’ndranghetisti) generano in chi ha costruito imperi economici».

Nell’ambiente ndranghetistico contano solo gli affari e, come specifica Mescolini, persino la condanna di un esponente di spicco poteva contribuire a creare nuove opportunità di profitto. Ha citato il volto tv Marco Gibertini (il carpigiano che frequentava la tribuna del Cabassi e che è stato condannato nell’Appello di Aemilia a 9 anni e 4 mesi): «La condanna in Edilpiovra di Nicolino Sarcone, invece di essere un fatto foriero di cattive conseguenze, fa al contrario partire Gibertini con una campagna pubblicitaria che propone i servigi di costui che era indicato come il capo della ’ndrangheta. Gibertini proponeva a chi la protezione con i kalashnikov, a chi il recupero-crediti».

Sullo sfondo il reimpiego di soldi derivati da affari illegali, frodi fiscali, intestazioni fittizie, estorsioni, usura: sono gli altri reati presenti nella complessa struttura accusatoria di Aemilia. «Reati che possono apparire minori e in effetti lo sono dal punto di vista penale, ma ci descrivono l’attività della cosca. Nei verbali troverete un traffico di casse da morto dalla Romania, le gomme, il gasolio: non si butta via niente perché c’è opportunità». E per Mescolini c’è anche un elemento soggettivo tale da confermare l’esistenza dell’associazione mafiosa ed «è l’intimidazione che crea assoggettamento e omertà e determina in chi la subisce non solo paura, ma anche incapacità e non volontà di manifestare questa paura all’esterno. E l’omertà è per noi elemento di prova dell’associazione di stampo mafioso». Viene ricordato come nell’aula-bunker siano sfilati «testimoni subornati, minacciati e reticenti» e come esempio eloquente viene citato quello del reggiano 40enne Luigi Caccia che nega in udienza l’estorsione subita da Roberto Turrà a fronte di un’intercettazione molto eloquente per il tono violento («Bastardo, cornuto, pagliaccio di merda, t’ammazzo») con cui Caccia stesso era stato messo sotto pressione.

Oggi, secondo giorno riservato all’accusa nell’aula bunker di Reggio la requsitoria dei pm Mescolini e Ronchi attraverserà ancora il modenese, passando per l’impresa Bianchini e per gli affari della ’ndrangheta nella Bassa terremotata. (ase)
 

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