«Solo chi non vuole vedere nega i meriti della 194»
La dottoressa Stefania Vecchi è stata per anni responsabile delle interruzioni di gravidanza al Policlinico: «Nessuno lo fa con piacere, ma non siamo assassini»
Alle sue spalle ha decine di foto di bambini che ha messo al mondo. Un lavoro svolto con passione, la stessa che ha sempre messo lottando per i diritti delle donne. La dottoressa Stefania Vecchi, ginecologa tra le più esperte in provincia di Modena, è stata per anni responsabile del servizio di interruzione di gravidanza del Policlinico e con lei tracciamo un bilancio proprio mentre ricorrono i 40 anni dall’approvazione della legge 194 sull’aborto.
Maggio 1978: lei dov’era?
«Mi ero appena laureata in Medicina, non subito capii che volevo fare Ostetricia e Ginecologia. Maturai la scelta vista l’aria che si respirava proprio sulla 194: l’idea di essere parte di un movimento più grande, una scelta lavorativa che coincidesse anche con le mie scelte di vita, le mie convinzioni politiche, il mio impegno sociale».
Sapeva già che sarebbe diventata ginecologa?
«Benchè non andassi d’accordo con il direttore di quel tempo, proprio per rivendicazioni che non riguardavano solo Modena ma un clima generalizzato, avevo scelto la mia strada. C’era una forte conflittualità, chi comandava non era affatto recettivo. Non era una battaglia condivisa anche da alcuni esponenti al vertice come invece è successo per la Legge 40 sulla procreazione assistita. “L’utero è mio e lo gestisco io”, parole d’ordine che oggi farebbero sorridere, era espressione di una idea della donna, e più in generale della coppia, di poter decidere».
Cosa ricorda dei giorni legati all’approvazione della 194?
«Ricordo la felicità di tutta quella parte della società, non poca, che faceva riferimento al movimento radicale e anche all’associazione Aied (Associazione Italiana Educazione Demografica) molto legata alle donne socialiste che già da tempo praticavano l’aborto clandestino e si autodenunciavano. Io militavo in un collettivo che non aderiva a nessun partito ed era intitolato a Giorgiana Masi, ragazza uccisa durante i disordini a Roma: un omaggio all’impegno di genere. Oggi va di moda rivedere il post 68 e credo che alcune lezioni che il movimento femminile e femminista portò siano attuali. Una di queste fu quella di rappresentare il limite della politica: non era esaustiva di tutto, tanto meno la politica all’interno di un partito».
Quando ha sentito pronunciare per la prima volta la parola aborto?
«La prima volta era ancora lontana da me l’idea di iscrivermi a Medicina. Mi ritrovai ad accompagnare una mia amica ad interrompere una gravidanza a Bologna, eravamo entrambe minorenni e c’era anche il suo fidanzato. Fu una esperienza clandestina e drammatica: quella volta l’aborto non era descritto su un libro o acclamato in un comizio. Fu terribile».
Come si approccia il medico ad una donna in difficoltà che deve prendere una decisione?
«Per legge e per deontologia non deve sostituirsi alla donna o alla coppia. Deve fornire spiegazioni corrette, poi subentra l’empatia, che non si studia a scuola o all’università. È fondamentale non condizionare il tuo interlocutore, ma ben difficilmente ho trovato situazioni in cui il medico potesse dissuadere la donna dal fare un aborto».
Cosa pensa un medico mentre pratica una interruzione di gravidanza?
«Credo che nessuno ami fare le interruzioni di gravidanza. Nel mio studio ci sono le foto di tanti bambini che le mamme mi hanno inviato. Di sicuro non è gratificante per chi lo fa e per chi lo subisce. Ovvio che se pensassi che quello è un essere umano, una persona, non lo farei. Non credo di essere una assassina. Se pensassi che abolendo la 194 si abolisse l’aborto e anche tutto ciò che porta le donne ad abortire, sarei la prima a volerla abolire. La 194 ha fatto emergere ciò che prima era clandestino. Chiunque non vuole essere cieco lo può vedere. Il numero di aborti, dopo l’impennata iniziale, è diminuito in modo molto importante, dimostrando che quando un problema c’è non lo si può ignorare, non si può fare la politica dello struzzo come è accaduto per tanti anni in Italia. Il problema va affrontato, bisogna andare alle cause, che naturalmente non attengono al mondo medico ma a quello sociale».
Aborti clandestini: a Modena com’era la situazione?
«I colleghi più anziani di me hanno sempre raccontato, e io ho visto gli ultimi casi, di donne che tutti i mesi arrivavano con setticemie, uteri perforati per aborti clandestini».
Aborto come simbolo della lotta femminista?
«L’aborto ha una connotazione negativa. La legge, invece, è uno dei successi più grandi, ha salvato vite umane già esistenti. Il vero simbolo della lotta femminista è poter decidere di se stessi, del proprio corpo, dei propri orientamenti sessuali: qui la lotta femminista ha insegnato tanto alla società italiana, che ne aveva parecchio bisogno».
I movimenti pro-vita parlano di “strage di innocenti”: oggi, 40 anni dopo, cosa risponde?
«La vera strage degli innocenti è stata prima, mi riferisco a tutte quelle donne morte con gli aborti clandestini. Io capisco chi fa obiezione di coscienza perchè pensa che la cellula uovo appena fecondata sia persona, sono convinti di questo e li rispetto. Io non posso imporre loro di pensarla diversamente. Chi non la pensa come loro, però, deve essere libero di agire diversamente. Il tema è delicato e non si può esaurire con degli slogan: io ritengo che la cellula uovo appena fecondata non abbia coscienza di sè, così la madre, meglio la coppia che non è in grado di portare avanti la gravidanza, deve poter decidere. E la donna non deve sentirsi un semplice contenitore».
È una legge che funziona ancora così com’è o andrebbe rivista?
«Se c’è una legge che è stata monitorizzata e ha dimostrato di funzionare nel suo obiettivo principale, che era quello di ridurre il numero degli aborti e farli uscire dalla clandestinità è senz’altro la legge 194. Poi va assolutamente migliorata in tutta la parte preventiva, come ad esempio il sostegno ai consultori, cosa che non si sta facendo a causa della diminuzione dei finanziamenti. Anzi, a tutti coloro che alzano lamenti e si fanno oggi paladini della famiglia e della vita dico: voi vi rendete conto di quanto i consultori, laddove sono stati fatti, possono fare per i giovani, gli stranieri e le categorie più deboli? Queste strutture vanno messe in grado di lavorare e vanno finanziate. Sull’aborto medico, poi, sono state dette un sacco di bugie, ai tecnici sono state legate le mani imponendo limiti di tempo, rendendolo scarsamente praticabile. Questo dovrebbe essere oggetto di dibattito anche in sede politica, non solo tecnica: non va più di moda, siamo già al postrevisionismo. Attenzione, non diamo per scontate cose che noi pensavamo acquisite per sempre. Si stanno facendo passi indietro ovunque, anche in questi ambiti»
Medici obiettori in aumento: secondo lei perché?
«E’ venuto meno il concetto di servizio. Io non ho mai creduto che quella del medico fosse una missione, ma un servizio sì. Oggi prevale una visione quasi di tipo difensivo e ognuno pensa a sè. È ovvio che gli obiettori di comodo aumentano. Il problema è ancora una volta politico. Poi c’è che il femminismo non va più di moda, manca la memoria storica e oggi in molti pensano che l’aborto sia iniziato con la 194».
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