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«Campione del mondo con le armi del clan»

«Campione del mondo con le armi del clan»

Per Vincenzo Iaquinta la richiesta di condanna è a 6 anni. «E il padre Giuseppe era un affiliato»

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Tra le posizioni più “eclatanti” quella di Vincenzo Iaquinta, ex campione del mondo di calcio, ex attaccante della Juventus, per cui sono stati chiesti 6 anni, per reati relativi alle armi, con l’aggravante mafiosa. È di 19 anni la richiesta per il padre, l'imprenditore Giuseppe Iaquinta, per l’affiliazione al clan.

Vincenzo, in sostanza, paga per l’arma da fuoco (il cui permesso era stato richiesto dal padre ad un “amico” in questura, poi finito nei guai), arma che risultava da lui detenuta, ma che per la Dda era in realtà a disposizione del padre Giuseppe, per conto del clan.

Nel corso del processo gli Iaquinta, difesi dall’avvocato Carlo Taormina, sono stati più volte tirati in ballo, sia per i frequenti rapporti con la Calabria di cui sono originari, e con i boss. Anche per ragioni di parentela, a cominciare da Nicolino Grande Aracri. Tra l’altro il nipote di Giuseppe Iaquinta, cugino di Vincenzo, è il compagno della figlia di Nicolino Grande Aracri, detto “mani di gomma”, considerato il boss della ’ndrangheta cutrese.

Gli Iaquinta si sono sempre - e spesso platealmente - dichiarati innocenti, anche nel processo, dove Vincenzo voleva chiamare a testimoniare anche due ex compagni di squadra nella Juventus. Mentre, come si ricorderà, è venuta in questi mesi alla luce anche una presunta minaccia della ’ndrangheta ai danni dell’Udinese, perchè facesse giocare titolare Vincenzo, in quella stagione tesserato per i friulani, che invece lo cedettero presto.

E poi la vicenda degli ombrelloni. Un furto di ombrelloni degli Iaquinta nello stabilimento balneare calabrese che frequentavano, e che avrebbe provocato la mobilitazione della cosca per mettere le cose a posto. Gli Iaquinta, come i Bianchini, hanno assistito alle requisitorie dei Pm, che tra l’altro hanno chiesto ulteriori indagini, a carico dei testimoni del processo considerati palesemente falsi, perchè ad esempio le intercettazioni fatte sentire in aula raccontavano verità opposte a quelle che si cercava di far passare davanti ai giudici. Nomi il pm Mescolini non ne ha fatti, lasciando che a decidere sia il Tribunale presieduto dal magistrato modenese Francesco Maria Caruso.

Alberto Setti

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