Don Maurizio Setti «Così in Amazzonia faccio il parroco»
Il missionario da quasi 20 anni in Brasile: «La cosa più bella? Questa gente non ha nulla, ma sono sempre sorridenti»
É in Brasile da quasi 20 anni (dal primo dicembre 1998) e nel più grande Paese sudamericano ha svolto ormai gran parte del suo servizio ecclesiale come sacerdote. Don Maurizio Setti, modenese purosangue, è l’ultimo prete diocesano (ovvero alle dirette dipendenze del vescovo) missionario in Brasile. L’ultimo di una serie di sacerdoti che, dagli anni ‘60 del secolo scorso, hanno passato periodi più o meno lunghi nel Paese verdeoro. Dopo tanti anni in Goias, presso le comunità di Itapurapui, Itapuranga e Jussara, da un anno circa è in Amazzonia, nel nord ovest al confine con Colombia e Venezuela presso la diocesi di Sao Gabriel da Cachoeira, lungo il fiume Rio Negro. «Cachoeira significa le rapide del fiume - conferma don Maurizio a Modena per un periodo di visita a parenti e amici, oltre che di testimonianza del suo impegno missionario - e il fiume è fondamentale per quella zona. Sono in piena Amazzonia, a un migliaio di chilometri di Manaus: da San Gabriel a Manaus è tutta foresta protetta». Sao Gabriel è la sua nuova diocesi, lì è parroco della Cattedrale (una delle tre parrocchie della cittadina, che conta 20mila abitanti), ma la diocesi ha altre due cittadine simili e moltissime piccole comunità sparse su un territorio che è grande quasi quanto l’Italia (!) e conta meno di 100mila abitanti (!) in dieci parrocchie con 20 sacerdoti. «La vita è molto semplice, ci sono probabilmente ancora tribù non contaminate dal contatto con altri uomini e quando vado lungo il fiume per incontrare le varie tribù è sempre un’avventura. Ho preso la malaria (ma quella è il ‘cuore’ della zona malaria) e tutto ruota attorno al Rio Negro. Quando vado in visita alle piccole comunità dell’interno - spiega don Maurizio - vengo accolto sempre molto bene, sono atteso. Ogni comunità ha un catechista, una sorta di responsabile della comunità stessa che porta avanti le cose dal punto di vista spirituale nei villaggi, ci sono luoghi dove il sacerdote arriva una volta all’anno... Quando arriviamo celebriamo e amministriamo i sacramenti: per quello ci aspettano sempre e ci accolgono dandoci quello che hanno. In alcuni luoghi c’è fin troppo da condividere, in altri magari ti danno una papaya che dividiamo in 4 perché è tutto quello che hanno da offrire». Non c’è violenza ma, in città a Sao Gabriel, ci sono molti suicidi, specialmente di giovani: «Che prospettive hanno? Chi può va a Manaus a cercare lavoro, chi non può o si adegua a vivere come gli ancestrali oppure si mette a bere... Ci sono organizzazioni che vogliono mettere gli indios sotto una campana di vetro, ma la tv arriva ovunque, anche nella foresta e i ragazzi hanno il cellulare...». L’accoglienza resta però la cifra di questi popoli: «È così. La cosa più bella da quando sono lì è che vedi persone che non hanno nulla ma sono sempre sorridenti. E ti danno tutto quello che hanno, condividono veramente tutto. La più difficile è adattarsi alla loro cultura e poi, è inevitabile, come straniero suscito un po’ di invidia, specie nei sacerdoti indigeni. In quei luoghi - conclude - uno sente di fare il prete, vedi che ti aspettano. Ora stiamo lavorando in città per i bimbi e per creare una equipe che possa andare avanti oltre di noi. Perchè in Amazzonia? Volevo vivere un’esperienza di missione diversa».
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