Modena. Uccisero Leo, banda condannata Giberti: «La mia vita è rovinata»
Quattordici anni a tutti e cinque i killer minorenni che sei mesi fa soffocarono il 20enne cinese Il padre adottivo: «Non riesco più a rientrare in quella casa. Era una rapina, potevano ammazzarmi»
Quattordici anni a ciascuno dei cinque minorenni cinesi riconosciuti essere gli assassini di Leo Hu Congliang, lo studente ventenne cinese ucciso il 26 novembre con soffocamento e nascosto in un trolley nella sua camera da letto, nell'appartamento all’imbocco di viale Gramsci, il cui ingresso dà sul piazzale della stazione. I cinque minorenni di origini cinesi, tutti residenti a Prato, erano accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso. Così si è espresso l’altro giorno il tribunale dei minori di Bologna: il processo, come richiesto ed ottenuto dai difensori dei cinque ragazzi, si è svolto con il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna. La difesa ha annunciato che presenterà ricorso. La vicenda suscitò molto scalpore, per la freddezza, la quasi “superficialità” con cui venne commesso questo delitto. Leo, uno studente che frequentava i corsi serali al Barozzi e che si dava da fare per guadagnare qualcosa facendo il barista presso un locale in centro, venne trovato senza vita, nascosto dentro a un trolley in camera sua, dalla madre e dal padre adottivo, l’avvocato Andrea Giberti, dopo che quest'ultimo, che si trovava al lavoro nello studio che aveva nell'appartamento, si era accorto della presenza nell'appartamento di alcuni ragazzi. Non appena si era avvicinato e chiesto delucidazioni su dove fosse Leo, i ragazzi erano scappati. La squadra Mobile, grazie a filmati, intercettazioni e blitz a Prato dalle famiglie, riuscì a bloccare e ad arrestare i cinque, ora tutti condannati. Il movente? Secondo gli inquirenti ci sarebbe stato un ricatto: Leo conosceva uno dei cinque e probabilmente si era invaghito, forse c’era stata una relazione e nel suo cellulare aveva conservato delle foto osé del ragazzo. Finita la relazione tra i due, Leo avrebbe minacciato di rendere pubbliche le foto. Da qui sarebbe partita la spedizione punitiva terminata con l’omicidio. Non è affatto di quest’avviso il papà adottivo del ragazzo, l’avvocato Giberti, compagno della madre del 20enne. «Dunque questi cinque hanno conseguito il massimo della pena, sebbene con la riduzione di un terzo, il massimo senza nessuno sconto. Strano... e allora dov’è finita la provocazione? Non avevano forse subìto un ricatto, come è stato sin dall’inizio sostenuto? Se ci fosse stata questa provocazione, come sin da subito è stata sbandierata, per loro sarebbe stata una forte attenuante. Dov’è finito il ricatto? Se c’era tutta questa cattiveria da parte di Leo, perché allora non è stata riconosciuta a quei cinque l’attenuante della provocazione? Perché?». «Non sono affatto contro il rito abbreviato - prosegue Giberti - la giustizia italiana ha dato il massimo contro di loro però è la figura di Leo, la sua persona che sin dall’inizio è stata infangata. Le cose più belle chi ha lasciato Leo sono i suoi quaderni, pieni di esercizi, di compiti, quelli del suo corso serale. Lui studiava e studiava l’italiano per integrasi sempre di più, aveva la fidanzata, lavorava per cercare di mantenersi. Omosessuale ricattatore? Ma quando mai. Questi sono venuti qui per rapinarlo, gli hanno portato via i suoi soldi, quelli che aveva messo da parte lavorando al bar e per andare a Londra con la fidanzata. Lo hanno ucciso e lo hanno rapinato». «E dirò di più, sicuramente avrebbero ucciso anche me - prosegue Giberti -. Quando trovai in casa i ragazzi dissi loro: «Ho chiamato la polizia, adesso voglio sapere dove è Leo». Il fatto d’aver detto della polizia li ha fatti subito scappare altrimenti, ripeto, m’avrebbero ucciso: ero l’unico che li aveva in faccia». Giberti chiude amaramente: «La nostra vita è distrutta, sconvolta. Faccio fatica a risollevarmi. Leo ci manca. In quella casa, per altro distrutta in tutti quegli accertamenti, non posso più mettere piede, non ci torno, la ferita è troppo forte. Mi sono spostato fuori Modena, in una sistemazione di fortuna».
Stefano Totaro
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