E tu perché fai il bullo? La domanda del rapper
Marco Baruffaldi di Castelfranco, affetto dalla sindrome di Down, ha mostrato agli alunni delle medie Carducci le ferite ricevute dai compagni violenti in classe
«La domanda giusta da fare al bullo è: Perché?».
Marco Baruffaldi e gli studenti della scuola media Carducci hanno concordato sulla linea da seguire per dire no alle prevaricazioni dentro e fuori le aule. Per due ore il 22enne rapper di Castelfranco s’è confrontato con otto classi.
Marco, nome d’arte Baruffabomber, ha mostrato i segni lasciati nel suo corpo dai bulli, che l’hanno attaccato dall’asilo alle medie perché “diverso”.
La sindrome di Down non gli ha impedito d’interpretare il brano “Siamo diversi tra noi”, di girare per l’Italia a donare testimonianze ai giovani e partecipare ai talent show con la sua musica. I suoi interventi, mirati ed equilibrati, hanno fatto toccare con mano cosa significano quei concetti di emarginazione e bullismo che, quando si calano nella realtà quotidiana, diventano vita vissuta. Insomma, niente di teorico ma qualcosa che si può conoscere, e riconoscere, in prima persona.
«I bulli prendono di mira una persona forte dentro, che quando è attaccata si sente debole»: questa la riflessione di una studentessa.
«Il bullo non ha coraggio», ha replicato una compagna. «Quando una persona si sente superiore a un’altra fa atti da bullo - ha aggiunto uno studente - a cui fa parte anche chi non partecipa, ma incoraggia. Senza di loro il bullo si sentirebbe piccolo». Marco ha risposto a decine di loro curiosità, da cosa ha provato dall’incontro con J-Ax («Ho avuto le guance rosse») alla forza per reagire («La mia famiglia mi ha insegnato tanto, compreso il coraggio»).
«I vostri genitori si fermano con voi a parlare? - ha aggiunto Arnaldo Baruffaldi, padre dell’artista - Se non lo fanno, dite loro di farlo».
«Quando il genitore è un bullo cosa si fa?», ha domandato uno studente. «È abbastanza complicato - ha replicato Marco - Tuttavia, i veri genitori sono quelli che insegnano, mai i bulli». Dall’incontro è emerso che il bullismo non è alieno all’istituto. «C’è qualche bullo a scuola», ha assicurato una studentessa, facendo subito precisare a un’insegnante di «non fare nomi».
Una docente ha raccontato un episodio avvenuto nella scuola qualche anno fa. «C’erano stati comportamenti negativi nella chat di una classe - ha spiegato la professoressa Francesca Cavazzuti - in cui erano state riportate offese. Come insegnanti siamo intervenuti, facendo capire che era un comportamento sbagliato. Perciò è importante vi sia la formazione anche sul cyberbullismo».
«Il bullismo è la mafia dei piccoli», ha garantito Arnaldo Baruffaldi agli studenti, scuotendo le coscienze. Lo dimostrano le domande, ma anche l’organizzazione dell’incontro. «Tutto è partito da una segnalazione di un’alunna che conosce Marco Baruffaldi - ha precisato Cavazzuti - e ha proposto l’idea. L’insegnante s’è subito detta contenta, poi si è mobilitata tutta la scuola».
Un’attivazione fondamentale per denunciare le molestie.
«I ragazzi tendono a vivere tutto da soli, a chiudersi - ha ribadito la professoressa - ma spesso con la formazione si riesce a tirare fuori ciò che hanno dentro, permettendo loro di rivolgersi agli adulti di cui hanno fiducia e di fare gruppo contro chi cerca di prevaricare».
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