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La morte di Ramenghi, il ricordo

di Carlo Gregori
La morte di Ramenghi, il ricordo

A volte nella nostra professione ci si imbatte in personalità forti ed eccentriche che, se sono di sostanza, lasciano un segno. Una di queste è stato Antonio Ramenghi, per più di dieci anni...

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A volte nella nostra professione ci si imbatte in personalità forti ed eccentriche che, se sono di sostanza, lasciano un segno. Una di queste è stato Antonio Ramenghi, per più di dieci anni vicedirettore dell’Espresso, per qualche anno direttore alla Gazzetta di Modena, vicino alla sua amata Bologna quando ormai si avviava alla fine della carriera, e poco prima della pensione direttore dei giornali veneti del nostro gruppo editoriale (Tribuna, Mattino di Padova e Nuova Venezia). Ramenghi l’ho conosciuto bene e ne sono onorato. Mi ha voluto bene come una figura paterna attenta e severa. Ora che non c’è più lo ricordo col dolore e l’ imbarazzo di chi gli deve tanto. Era un giornalista molto esigente, ma aveva indiscutibili qualità positive che riscattavano il suo modo pressante di ottenere quello che voleva: era lungimirante, colto come pochi, disposto a condividere ciò che aveva. Era generoso. Ne ho avuto prova molte volte. Non è mai stato “capo”, ma “primo tra pari”. Delle sue proverbiali sfuriate in redazione contro sciatterie e refusi, ne ho vista qualcuna ma erano ormai addolcite dall’età. Leggendarie le sue grida per chiamare un tecnico di nome Loris: risuonavano in redazione da ogni angolo. Non sopportava gli argomenti fasulli o improvvisati. L’ho visto invece incoraggiare con entusiasmo chi esitava ad attuare intuizioni brillanti. Con lui ho avuto lunghe e dense conversazioni dalle quali uscivo pieno di energia e sicuro di non aver sprecato argomenti.

Per usare una metafora, quando è arrivato alla Gazzetta ha trovato una Fiat 500 piena di spoiler, adesivi, orpelli e ammaccature e l’ha trasformata in una Porsche, dandoci le chiavi in mano e dicendo: «Ragazzi, qui c’è l’autostrada. E sapete una cosa? Non ci sono limiti di velocità. Su, dai, andate!» Grazie a lui, siamo diventati un giornale all’avanguardia in Italia nel settore nuovi media e internet. Ramenghi, con l’aiuto dei “pezzi grossi” di Roma e un nostro sforzo notevole, ha fatto di ogni redattore del nostro piccolo giornale di provincia un giornalista autonomo in grado di gestire internet in tutte le fasi. Non so in quante altre redazioni accada.

Insaziabile conoscitore di altre culture, Ramenghi si era formato in modo del tutto anomalo negli anni Sessanta. Aveva una grande curiosità per i movimenti politici. Negli anni della Contestazione aveva studiato lingue diventando un esperto di ungherese (davvero!). Frequentava quel Paese, che amava, e altri dell’Est nell’Era Breznev quando non ci andava nessuno se non qualche cacciatore o donnaiolo. Mi raccontò che nei Giorni di Praga parteggiava per i giovani insorti: il suo ‘68 è stato particolare, di prima mano, nella tana del lupo sovietico. A Bologna, mi raccontò, aveva frequentato Radio Alice; sapeva tutto del ’77. Aveva in sé quello spirito di sinistra irrequieto e attratto dalle nuove idee tipico dei fuoriclasse bolognesi. Non si era rassegnato al conformismo dilagante.

Abbiamo imparato tanto da lui in quell’anno e mezzo. Ramenghi ci ha insegnato a non aver paura di affrontare nessuno professionalmente, anche se a volte la sua sete di sapere andava frenata. Se il papa aveva un telefono, bastava trovare il numero. Facile, no? Ciao, Antonio.

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