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La morte di Ramenghi, Tizian «Grazie a te mi sono sentito meno solo»

La morte di Ramenghi, Tizian «Grazie a te mi sono sentito meno solo»

Morto a 72 anni il giornalista bolognese che per due anni è stato a capo del nostro giornale. Lascia la moglie e due figli La lettera di Giovanni Tizian che ricorda i tempi delle minacce mafiose

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Improvvisamente è venuto a mancare ieri mattina Antonio Ramenghi, già direttore della Gazzetta di Modena da gennaio 2011 a marzo 2012. Nato nel 1946 a Bologna, Ramenghi era giornalista professionista dal 1974 aveva iniziato ad Autosprint prima di lavorare al Foglio di Bologna e Modena, al settimanale il Mondo e al Sole 24 Ore. Entrò nel nostro gruppo editoriale nel 1983 per ricoprire vari incarichi di prestigio: a La Repubblica è stato capo dell'Economia, capo della redazione bolognese (1988-1992 e 1993-97) e di quella milanese.

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Vice-direttore del L’Espresso dal 2000 al 2011, quando è passato alla guida del nostro giornale e, successivamente, fino al 2014, di quattro testate locali della Finegil, il Mattino di Padova, la Tribuna di Treviso, la Nuova Venezia e il Corriere delle Alpi. Nell'ultimo periodo aveva dato vita al sito web lacostituzione.info. Grande passione, competenza, impegno civile e metodo hanno rappresentato la cifra del suo giornalismo lucido e battagliero, facendone un vero maestro per generazioni di cronisti contagiate dal suo entusiasmo, formate dalla sua serietà professionale. Ieri mattina, non appena la notizia è diventata di dominio pubblico ed è rimbalzata da Bologna in tutta Italia, incredulità e sgomento hanno invaso le redazione che Ramenghi aveva frequentato negli anni, da Bologna a Modena, da Milano a Roma. Antonio lascia la moglie Rossella e i figli Alice e Tommaso ai quali va il forte abbraccio di tutta la nostra redazione, che oggi piange insieme a loro.  

di Giovanni Tizian

Caro Antonio, ti scrivo questa lettera con gli occhi gonfi di lacrime e il rimorso di non averti fatto quella maledetta telefonata una settimana fa. Eri nei miei pensieri sempre, ma in particolare in questi ultimi giorni. Volevo chiederti di essere tu a presentare il mio ultimo libro, perché è un lavoro cui tengo moltissimo. Ho rimandato la telefonata, convinto di poterla fare qualche giorno più tardi. Con la presunzione che tutto l’essenziale - gli amici, gli affetti, le persone a cui vuoi bene - rimanesse lì ad attendere: immobile, uguale, eterno. Ossessionati dalla velocità di questo mestiere, che poi era il tuo mestiere, lasciamo in sospeso ciò che conta davvero. Dimentichiamo di fare quei gesti, di dire quelle parole che poi ci rimarranno dentro a scavare dolore e rimpianto. Fino a quando la vita non ci ricorda che è troppo tardi per riparare alle nostre “distrazioni”.

Ti devo molto, Antonio. Umanamente e professionalmente. Sei stato un giornalista di grande spessore, di quelli che hanno dedicato tutta la vita a questo mestiere e lo hai fatto con onestà intellettuale, senza superflue spettacolarizzazioni, con la sensibilità di chi non ha mai smarrito l’umanità, anzi l’ha sempre coltivata. Ricordo il giorno in cui Giovanni Gualmini mi accompagnò da te in redazione. Era il giorno in cui ci siamo conosciuti ufficialmente, prima sapevi solo che ero un tuo collaboratore, tra i tanti che un po' ti temevano e un po' di ammiravano. D'altronde arrivavi alla Gazzetta di Modena dopo aver fatto il vice direttore all'Espresso, il giornale delle inchieste, dei grandi scoop, delle battaglie civili. Molti di noi, giovani e precari, eravamo ansiosi di vederti all'opera, di imparare da te. Non nego che la tua statura professionale un po' ci spaventava. Saremmo stati all'altezza di confrontarci con la tua penna, con le tue battaglie, con la tua intelligenza?

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Non ci volle molto per mettere alla prova le tue doti umane. Insieme, qualche tempo dopo il tuo arrivo, abbiamo affrontato il periodo forse tra i peggiori della mia vita: le pesanti minacce di morte che mi erano state rivolte da un boss della 'ndrangheta. Mi sei stato vicino come solo sa fare un padre con un figlio in pericolo. Attento nel trattare una notizia che per la prima volta aveva a che fare con un tuo cronista. Siamo stati in silenzio come ci era stato chiesto dagli investigatori. In quegli istanti hai messo da parte l'interesse giornalistico, hai dimostrato un'umanità fuori dal comune. Hai sempre trovato le parole giuste per tranquillizzarmi, anche quella volta in cui siamo stati a pranzo in centro storico con mia madre. «Non preoccuparti Giovanni, hai fatto solo il tuo lavoro, non te ne pentirai. E tu Mara, pensa solo che hai un figlio molto coraggioso. Sii orgogliosa di te e di lui e dimentica tutto il resto» dicevi sorridendo dietro gli occhiali che non toglievi mai. E io e lei, perseguitati da fantasmi che tornavano, ci siamo sentiti meno soli, al sicuro. È stato un periodo difficile, ma tu lo hai reso meno amaro. E adesso eccomi qua, a Roma, seduto dietro una scrivania della redazione de L’Espresso.

Devo ringraziarti anche per questo. Per aver creduto in me. Per avermi donato un'opportunità unica: realizzare il sogno della mia vita fin da quando avevo iniziato a scrivere. Entrare a far parte della redazione del settimanale L'Espresso, di cui tu sei stato vice direttore e dove tutti ti ricordano ancora con grande affetto e stima.

Era la fine di febbraio 2012 quando mi hai accompagnato in quello che per me era il tempio sacro del giornalismo italiano. Io timidissimo, e tu, disinvolto, mi presentavi ai giornalisti con cui avevi condiviso un importante pezzo di strada professionale. Un momento emozionante, ancora oggi mi commuovo nel ricordarlo.

Così come non potrò mai scordare il giorno della sentenza contro il boss della 'ndrangheta, contro il quale mi ero costituito parte civile per le minacce ricevute. Tu eri lì, a febbraio dell'anno scorso. Come ci sei sempre stato fin dall'inizio di quella triste vicenda iniziata nel 2011. Sedevi tra il pubblico in aula vicino a mia madre. E alla fine, dopo il verdetto di condanna emesso dal giudice, mi hai raggiunto al banco della parti civili. Io piangevo. Un pianto di liberazione dopo sei anni vissuti a metà, e la tua voce serena mi rassicurava, le tue mani mi accarezzavano le spalle.

Alcune di queste cose te le ho dette in questi anni, altre no, le davo per scontate. La vita però non concede un altro giro. E così quella telefonata che volevo farti la settimana scorsa non potrò più farla. Non ci sarà un'altra occasione per dirti grazie, nemmeno per un: “Ciao, come stai?”. Nulla va dato per scontato: ecco il tuo ultimo insegnamento, un altro pezzetto d’eredità che mi lasci. Dirle per tempo quelle parole necessarie. Dare spazio agli affetti quando urgono. Perché la vita e la morte non aspettano.

Giovanni Tizian
 

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