Pizzul, la voce delle sfide azzurre
«Da Messico ’70 ad oggi il mestiere del telecronista è cambiato»
FORMIGINE. Una vita sui campi da calcio, raccontati da dietro il microfono: una carriera iniziata quasi per caso quella di Bruno Pizzul che - come ha spiegato mercoledì a Formigine durante la rassegna “Gente di sport”, nell’incontro-intervista con Marco Nosotti, giornalista televisivo di Sky e formiginese doc - quando giocava a calcio non nutriva una particolare simpatia per i giornalisti sportivi. Poi, però, si è trovato dall’altra parte. Sempre alla ricerca di un lessico particolare nelle sue inconfondibili cronache, racconta Pizzul: «A volte mi dicevano che usavo un linguaggio troppo forbito per parlare di sport. Ma è un’abitudine maturata tra i banchi scolastici, al liceo classico, quando a volte, per sopperire ad uno studio non particolarmente approfondito, si cercava di cavarsela con le parole». Tra le esperienze che ricorda con più piacere, Messico ‘70, il suo primo mondiale «che fu un’avventura personale incredibile, durante la quale lavorai fianco a fianco con cronisti del calibro di Nicolò Carosio». E poi Italia ‘90, il momento magico di Schillaci, con la semifinale giocata al San Paolo a Napoli; le tensioni per la presenza di Maradona nella squadra avversaria, l’errore di Zenga e la sconfitta ai rigori, con il congedo rimasto nella storia: «Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare».
Tra le esperienze più particolari, poi, Pizzul ricorda una telecronaca a Mosca allo stadio Luzhniki: «Per farmi una cortesia mi misero in tribuna, ma c’erano i doppi vetri e non si vedeva niente. Così chiesi un cacciavite ed un martello, e feci un buco nel vetro attraverso cui riuscii a fare tutta la telecronaca della partita...». Un lavoro che gli ha permesso di girare il mondo seguendo la sua passione, per cui «è fondamentale mantenere la propria personalità, non recitare una parte ma rimanere spontanei, perché il pubblico se ne accorge. Oggi - continua Pizzul - il linguaggio televisivo è cambiato. Adesso è tutto molto diverso; un tempo anche il rapporto umano coi giocatori era più facilmente praticabile». E riguardo alla mancata qualificazione degli azzurri ai mondiali in Russia, commenta: «È già da tempo che la nostra nazionale fatica con chiunque giochi. L’ho presa male come tutti gli appassionati; è come una specie di ferita che ci porteremo dentro per sempre».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
