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Processo Aemilia, i difensori si contraddicono sui due pentiti

Processo Aemilia, i difensori si contraddicono sui due pentiti

REGGIO EMILIA. Gli avvocati dei due principali collaboratori di giustizia del processo Aemilia, i pentiti Antonio Valerio e Salvatore Muto, hanno tenuto arringhe opposte. Se Alessandro Falciani che...

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REGGIO EMILIA. Gli avvocati dei due principali collaboratori di giustizia del processo Aemilia, i pentiti Antonio Valerio e Salvatore Muto, hanno tenuto arringhe opposte.

Se Alessandro Falciani che assiste Valerio martedì ha dedicato la sua arringa a smontare la teoria dell’esistenza di una cosca di ’ndrangheta emiliana (descritta nei minimi dettagli dal suo assistito), Adriana Fiormonti, legale di Muto, ieri ha sostenuto il contrario. «La ’ndrangheta è una holding con base a Cutro, con base nella famiglia Grande Aracri, che ha società in tutto il Nord Italia. E che in Emilia sfruttava la forza dell’appartenenza alla casa madre. Qui non aveva bisogno di mettere paura ma si voleva mimetizzare perché lo scopo non era quello di conquistare il territorio ma infiltrarsi nelle società per cui avevano interesse».

Ieri invece è tornata un po’ di di attualità al processo - dopo che il pm Mescolini aveva seccamente cassato l’argomento nella sua arringa - la casa di proprietà del sindaco di Reggio, Vecchi, e della moglie Maria Sergio - dirigente dell’urbanistica a Modena. Casa comprata tre anni prima dell’inchiesta Aemilia da Francesco Macrì (oggi imputato nel maxi processo con richiesta di 8 anni e 6 mesi di carcere). Quando il nome dell'imprenditore che gli aveva venduto l’abitazione comparve nel 2015 nella lista degli arrestati, Vecchi e Sergio non lo resero noto, finendo in una bufera politica. Oggi invece lo stesso immobile fa buon gioco alla difesa di Macrì, che ha chiesto di assolverlo da tutte le accuse «perché il fatto non sussiste». La casa di Masone che Maria Sergio comprò per 242.000 euro dalla M&F general service srl di Macrì è stata richiamata ieri nell’arringa del difensore (Carla Nicoletta), per smontare le accuse mosse a Macrì per un’altra sua attività imprenditoriale. Il legale ha sostenuto che Macrì, vendendo anche quella casa, aveva le disponibilità economiche che per l’accusa invece non c’erano, tanto da legarsi alla mafia emiliana.

Ieri le difese hanno chiesto l’assoluzione degli imputati Scordo, Oliverio, Abruzzese, Aloi, Giuseppina Floro Vito e Pieron, accusati a vario titolo di intestazione fittizia di beni per essere stati titolari di quote di società ritenute dagli inquirenti a disposizione della cosca. (ase)

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