Dondi: «Attente, è un lavoro duro»
Il presidente: «Le donne non si illudano: c’è diffidenza, c’è crisi e siamo in tanti»
È la prima presidente donna nella storia dell’ordine degli avvocati di Modena, uno dei pochi in Italia ad avere un vertice rosa: Daniela Dondi, civilista, già da bambina alla tipica domanda sul lavoro del futuro rispondeva che avrebbe fatto l’avvocato, “eppure in famiglia non c’era questa figura professionale”.
Presidente, una scelta che rifarebbe e consiglierebbe?
«Certamente, ma lo consiglierei ad una condizione: che si creda in questa professione, che non sia vista come una spiaggia su cui adagiarsi e aspettare di vedere cosa succede. La professione è molto difficile, il mercato è complicato, ma se si ha la passione e la determinazione giusta puoi riuscirci. Questo vale per tutti, uomini e donne».
Crede che nell’ambiente forense le donne abbiano le stesse opportunità dei colleghi uomini?
«No, c’è ancora molta diffidenza nei confronti dell’avvocato donna, sia da parte dei clienti che da parte dei colleghi, si fatica ad acquisire fiducia dagli interlocutori e bisogna che noi donne lavoriamo su questo. Come in ogni professione se si lavora bene le opportunità ci sono, ma una donna – alle prese con la maternità – deve comunque fare i conti anche con una conciliazione vita-lavoro più complessa rispetto ad un uomo; spesso poi il reddito si ferma alla metà di quello maschile».
A voler raccontare a una platea di giovani perché è bello fare l’avvocato, cosa direbbe?
«Oltre ad aiutare chi ha bisogno e a confermare il vero principio della giustizia in cui abbiamo sempre creduto nel momento in cui si è decisa questa strada, mi ha sempre affascinato l’idea di avere a che fare con storie e clienti con problematiche differenti: è una professione che ti permette di conoscere un universo che secondo me nessun’altra ti permette di fare».
Come tutte le altre professioni, anche quella dell’avvocato è cambiata in questi anni?
«Si è trasformata completamente: negli ultimi 15 anni il numero degli iscritti è aumentato in modo esponenziale, in Italia ci sono 240 mila avvocati, a Modena siamo quasi 2 mila, in Emilia-Romagna ci sono 3 avvocati ogni mille abitanti. Questa crescita ha fatto sì che molti giovani iniziassero la professione in autonomia subito dopo aver acquisito il titolo. In passato invece il passaggio all’interno di studi gestiti da avvocati di grande esperienza era pressoché obbligatorio».
Che ruolo avere chi come lei rappresenta un Ordine importante come quello di Modena?
«Personalmente credo che oltre a tutelare gli interessi della professione e della categoria l’obiettivo sia acquisire riconoscimento nei confronti della società civile. L’avvocatura è una parte importante del tessuto sociale ed è giusto che la società comprenda che noi ci siamo, conosca e apprezzi il nostro operato. Come Ordine dobbiamo imparare ad essere presenti e a raccogliere tutte le sollecitazioni che arrivano, senza pensare esclusivamente a noi stessi come categoria professionale, ma confrontandoci con i territori, Europa compresa. Il Consiglio dell'Ordine di Modena ha fatto molto e sicuramente farà ancora tanto sia per i giovani che per le Colleghe. Ricordo che il Comitato Pari Opportunità di Modena, alcuni anni fa, ha realizzato il protocollo del legittimo impedimento quando è diventato legge solo nell'anno 2017. Abbiamo in corso un Master, gratuito, riservato a 20 giovani colleghi per una "specializzazione" in materie specifiche dedicate al mondo del biomedicale».
Gaetano Cervone
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