L’Europa si innamora del cibo modenese
Grande accoglienza nella sala Yehudi Menuhin per le proposte del territorio «L’obiettivo è farci conoscere e far capire che le imitazioni vanno respinte»
INVIATO A BRUXELLES. Il Parlamento europeo di Bruxelles è un labirinto di vetro, in cui sale riunioni, scalinate e ampi spazi si susseguono attorno all’emiciclo senza un apparente ordine. Ma trovare la via per le prelibatezze modenesi è semplice, basta seguirne la fragranza. Impossibile sbagliare.
E poi l’esplosione di colori delle tavole imbandite con le eccellenze che il territorio geminiano è in grado di offrire e intende promuovere e difendere. Tortellini, Prosciutto di Modena, Parmigiano Reggiano, lambrusco (Grasparossa di Castelvetro, di Sorbara, Salamino di Santa Croce), aceto balsamico tradizionale di Modena, aceto balsamico di Modena, confettura di amarene brusche e di mirtillo nero dell’Appennino, salame di San Felice, crescentine, Nocino e Sassolino, un ricco menù scelto da Piacere Modena, il brand che raccoglie tutti i consorzi di tutela dei prodotti dop e igp geminiani.
È così che la sala esposizioni Yehudi Menuhin (“un luogo ambito” precisa Patrizia Toia capogruppo Pd a Bruxelles”) si trasforma in un immenso buffet di qualità, in cui Modena è regina. Basterà a promuovere il territorio e far capire ai piani alti, quelli all’interno dei grattacieli in vetro del Parlamento, che questi prodotti vanno difesi dalle imitazioni?
Se dipendesse dalle espressioni soddisfatte dei curiosi che hanno assaggiato e gustato i famosi tortellini dell’associazione La SanNicola la risposta sarebbe sì. Ma non è sufficiente, perché il percorso legislativo è lungo, nonché ricco di insidie e di rivali pronti a rubare intere fette di mercato. Lo sanno bene i consorzi modenesi, giunti a Bruxelles su invito dell’eurodeputata Cecile Kyenge, proprio con l’intenzione di dare una prova di forza: «I nostri prodotti vanno tutelati», è il mantra che ripetono. A far loro eco la Kyenge, che ha organizzato il pomeriggio modenese di Bruxelles con il convegno “Il cibo come strumento di inclusione sociale: la città di Modena come buon pratica”. Il titolo lascia intendere il duplice obiettivo dell’evento: non solo promozione del territorio, ma anche impegno per gli altri.
A rappresentare questa seconda chiave di lettura gli esempi dell’osteria Lanterna di Diogene di Bomporto e dell’azienda agricola Terre Vive di Carpi, casi che spiegano come l’inclusione sociale dei soggetti più deboli sia realtà e non una chimera decantata per sentirsi meglio con se stessi. «Portiamo avanti un’agricoltura sinergica- spiega Giovanni Cuocci della Lanterna di Diogene – Perché quando coltiviamo un ortaggio lo scegliamo in base a quelli che verranno coltivati accanto, quindi affianchiamo diversità che però funzionano bene insieme. Lo stesso succede con le persone: con noi lavorano ragazzi disabili, che hanno un’intelligenza emotiva e non logico-matematica. Uno scambio che funziona, questa è inclusione». Nell’azienda Terre Vive lavorano ragazzi provenienti dalla coop sociale Nazareno: «Nella mia vita ho sempre inseguito le certificazioni – spiega il titolare Gianluca Bergianti – poi ho capito che il vero valore è l’agricoltura sociale, l’unica che non certifica l’azienda, ma l’uomo». Accanto alla Kyenge, durante la conferenza, anche altri rappresentanti del gruppo socialdemocratico: «Iniziative del genere – commenta Paolo De Castro – consentono di esaltare il legame del prodotto con il territorio, in modo di distinguerci in un mondo che si fa sempre più globale». Senza dimenticare l’aspetto più pratico “perché in Emilia Romagna l’azienda alimentare rappresenta il 30% dell’economia», precisa Lorenza Badiello che fa le veci del presidente Bonaccini. E mentre la compagnia teatrale Koiné allieta i presenti con una rappresentazione dedicata alle specialità modenesi, quelle stesse specialità vengono servite dagli studenti dell’istituto Spallanzani di Castelfranco e da quello alberghiero di Serramazzoni. Sono loro, i ragazzi, i più emozionati. «Essere qui, nel cuore dell’Europa è unico». Forse perché loro sono cresciuti in un mondo senza confini. In cui l’inclusione è tutto fuorché una chimera.
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