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Coldiretti e Cia divise dal progetto Filiera Italia

Coldiretti e Cia divise dal progetto Filiera Italia

La nuova realtà guidata da Cremonini è sostenuta dall’associazione di Moncalvo ma criticata duramente da Scanavino: «È un’operazione dai contorni opachi» 

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C’è chi l’ha definita «un’iniziativa rivoluzionaria», per qualcun altro «è un’operazione dai contorni opachi». Nei fatti è sorto un dibattito di un certo interesse su “Filiera Italia”, il progetto presentato nei mesi scorsi in cui mondo agricolo e industria agroalimentare italiana d'eccellenza si ritrovano per la prima volta insieme per difendere tutta la filiera agroalimentare nazionale grazie a questa nuova realtà associativa. Tra i soci promotori del progetto nomi importanti del made in Italy del livello di Luigi Cremonini, Ferrero, Consorzio Casalasco (Pomì e De Rica), e poi Farchioni, Ocrim, Olma, Giorgio Tesi Group, Donnafugata, Cirio agricola, Bonifiche Ferraresi, Maccarese, Terre Moretti e Amenduni.

Al vertice il presidente Luigi Cremonini con Luigi Scordamaglia nel ruolo di consigliere delegato di Filiera Italia.

«Vogliamo così dare voce alla filiera agroalimentare italiana - aveva detto Luigi Cremonini in sede di presentazione - fatta da aziende grandi medie e piccole che credono nel valore nell'unicità e nella distintività della nostra produzione e del nostro Paese che per questo continuano a investire per creare qui valore aggiunto e occupazione e fare sempre più grande il made in Italy alimentare nel mondo. Una nuova forma di rappresentanza di filiera in cui Coldiretti, insieme a campioni industriali nazionali dei rispettivi settori, sono uniti anche per la realizzazione di accordi economici concreti». Roberto Moncalvo, presidente nazionale Coldiretti, l’ha definita «un’iniziativa rivoluzionaria» ma non sono mancate le voci di segno contrario.

Su tutte quella di Dino Scanavino, presidente nazionale Cia – Agricoltori Italiani: «La crescita competitiva del sistema agroalimentare italiano - ha detto Scanavino - è stata storicamente condizionata, in negativo, dalla scarsa concentrazione dell’offerta produttiva e dal disequilibrio dei rapporti di filiera. Sono ostacoli insormontabili in modo evidente per le imprese meno strutturate, quelle collocate in una posizione negoziale più debole lungo la catena del valore. Partendo da questa premessa, voglio dire che “Filiera Italia”, che si candiderebbe a rappresentare un “grande progetto per difendere, sostenere e valorizzare il Made in Italy”, in realtà è altra cosa. A essere sacrificati sull’altare del populismo sono gli agricoltori. In particolare quelli rappresentati dalla Coldiretti, capofila della cordata e che, pur non avendo alcun titolo per stipulare contratti di fornitura, si arroga un diritto che non le spetta. È una manovra mediatica realizzata ancora sulla pelle delle imprese agricole. A trarne beneficio, un gruppo ristretto di imprenditori “amici” della sfera agroindustriale. Un’operazione dai contorni opachi che sembra riportarci a un passato in cui gli agricoltori erano costretti a dividere i loro profitti con i più forti e i rapporti contrattuali erano caratterizzati da forme di sudditanza negoziale e di dipendenza personale, a sfavore dei più deboli. Cia ha sempre posto al centro della sua visione strategica le politiche di filiera. Sono i modelli scelti e le soluzioni individuate ad essere, fortunatamente aggiungo, diametralmente opposti a quelli riconducibili a Filiera Italia».

Stefano Turcato



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