Ma la cosca in Emilia c’è davvero
Passata in giudicato la prima sentenza che certifica l’infiltrazione
REGGIO EMILIA. Il colpo di scena arriva nell’aula bunker dopo pochi minuti dall’apertura dell’udienza. A parlare è il pm Marco Mescolini che chiede alla Corte di depositare la sentenza della Corte di Appello di Bologna con le «attestazioni del passaggio in giudicato delle posizioni relative a diversi imputati, su cui non è stato fatto ricorso in Cassazione».
Il pm antimafia parla «di un fatto oggettivamente nuovo e di grande rilevanza, ovviamente da valutare da parte vostra» sottolinea rivolgendosi al collegio giudicante. Parole un po’ ermetiche che tuttavia sanciscono la prima pietra tombale dell’inchiesta Aemilia, in quanto fra i sei definitivamente giudicati c’è il collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio, cui è stata contestata l’associazione mafiosa.
Un passaggio in giudicato che per il pm Mescolini ha un valore storico sul piano giuridico, in quanto “certifica” – attraverso una sentenza definitiva – l’esistenza di un’associazione ’ndranghetista in Emilia, tra Reggio e Modena. Le parole di Mescolini hanno creato un primo scompiglio fra i difensori, in particolare per quell’invito a tener conto di quanto accaduto nella prossima stesura dell’attesissima sentenza della Corte di Reggio, presieduta dal modenese Francesco Maria Caruso.
Ma chi sono gli imputati non “toccati” dal ricorso in Cassazione? In primis – per le “ricadute” nel maxiprocesso Aemilia in corso a Reggio Emilia prospettate dall’accusa – il pentito Giuseppe Giglio. In Appello era stato “premiato” per le sue rivelazioni, con un taglio della sua pena da 12 a 6 anni di reclusione (un evidente “segnale” per altri pentimenti che poi in effetti sarebbero arrivati).
Giglio è l'uomo del «fatturificio», il collante tra cosca e imprenditoria emiliana, ha fatto i nomi dei capi, dell’autonomia del gruppo di ’ndrangheta nel mirino della Dda di Bologna e dei suoi rapporti con il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri. Giglio - con le sue società - nelle imputazioni era da anni referente di Bianchini. Anche ieri sono state rievocate le centinaia di migliaia di euro di presunte false fatturazioni. Non ha fatto ricorso. Agli altri cinque che hanno chiuso con il processo sono stati contestati reati-fine, non sempre però provati: Domenico Amato (3 anni e 8 mesi di carcere), Giuseppe Manica (10 mesi), Antonio Muto (classe 1973, assolto), Raffaele Oppido (2 anni e 8 mesi) e Alfonso Patricelli (assolto).(ase-t.s.)
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