Gazzetta di Modena

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«Così la mafia uccide e si arricchisce»

di Sara Donatelli
«Così la mafia uccide e si arricchisce»

Castelfranco. Le testimonianze di chi da anni denuncia la forza devastante della malavita e il suo radicamento nella società

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CASTELFRANCO. Prosegue a Castelfranco la rassegna “Fai la Cosa Giusta”. L’ultimo appuntamento, dal titolo “Speciale testimonianze – Capire le mafie per sconfiggerle” si è svolto presso la sala Gabriella Degli Esposti mercoledì. Tanta la partecipazione dei cittadini che hanno avuto modo di ascoltare le storie di persone che, seppur in maniera diversa, hanno visto la mafia in faccia.

Ad aprire la serata il vicesindaco di Castelfranco Maurizia Cocchi Bonora: «In questi anni abbiamo approfondito, attraverso iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, il tema del radicamento mafioso nelle nostre terre - ha spiegato la Bonora -. Non dobbiamo abbassare la guardia e dobbiamo far sentire forte la nostra scelta di campo».

Durante l’incontro si sono susseguiti i racconti di coloro che hanno vissuto gli anni caldi della Sicilia degli anni Ottanta e Novanta. La prima a prendere la parola è stata Roberta Iannì, figlia di Carmelo Iannì, albergatore ucciso dalla mafia il 28 agosto 1980 a Villagrazia di Carini, in provincia di Palermo.

«Ho taciuto per più di vent’anni - ha esordito la donna -. Adesso ho deciso di parlare e di raccontare la storia di mio padre, un umile albergatore a cui lo Stato chiese di infiltrare, all’interno della sua struttura, due poliziotti affinché potessero intercettare la presenza di mafiosi marsigliesi arrivati in Sicilia per spiegare ai boss di Cosa Nostra come raffinare l’eroina. Mio padre accettò, ma venne ucciso. E lo Stato sparì, si dimenticò completamente della nostra famiglia. Oggi, a distanza di tanti anni, ho trasformato la mia rabbia e il mio dolore in impegno e testimonianza diretta».

Parole durissime anche quelle pronunciate da Angelo Corbo, uno dei superstiti della strage di Capaci in cui, il 23 maggio 1992, perse la vita il magistrato Giovanni Falcone insieme alla moglie e a tre agenti della scorta: «Anche io facevo parte della scorta ma da quell’attentato sono riuscito a salvarmi. È difficile spiegare come ci si sente ad essere un superstite, un sopravvissuto. Io continuo a definirmi uno sbaglio dello Stato. Io, così come tanti altri testimoni rimasti vivi in seguito ad una attentato, siamo stati ignorati dallo Stato perché considerati scomodi. Abbiamo visto e saputo troppe cose. Non ti senti colpevole, ma ti ci fanno sentire».

A raccontare al pubblico in sala come quegli anni e quegli avvenimenti abbiano segnato in maniera indelebile non solo la storia della Sicilia ma di tutta Italia anche Salvatore Cusimano, direttore RAI Regione Sicilia: «La mafia è un fenomeno criminale che non può essere associato semplicemente a quattro contadini corleonesi. Si tratta, in realtà, di un sistema che ha goduto e continua a godere del favoreggiamento di un pezzo consistente della società politica, economica e istituzionale del nostro Paese».

A chiudere la serata Tiziano di Cara, ideatore dell’app Noma, e il fratello Piergiorgio Di Cara, dirigente del reparto Prevenzione della Polizia di Stato della Sicilia Occidentale. «Io sono un servitore dello Stato - ha ribadito quest’ultimo - ma ogni volta che attraverso l’autostrada e arrivo allo svincolo per Capaci non posso non guardare il gabbiotto da cui fu azionato il telecomando. Una precisione chirurgica e militare. E questo mi fa sorgere tante, troppe domande».

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