I volti della pace nella mostra con le immagini di Annalisa Vandelli
Le stazioni della Via Crucis per raffigurare il cammino, pieno di ostacoli ma ricco di speranza e di tenacia, per inseguire e conquistare la pace. Un cammino che passa per i luoghi del mondo...
Le stazioni della Via Crucis per raffigurare il cammino, pieno di ostacoli ma ricco di speranza e di tenacia, per inseguire e conquistare la pace. Un cammino che passa per i luoghi del mondo martoriati dalla guerra, dalla disperazione quotidiana, dalla fatica fatta dai popoli che per conquistare una fetta di libertà affrontano viaggi in bilico tra la vita e la morte. Rischiando di finire in quel sepolcro a perdita d’occhio che è il mar Mediterraneo. Queste emozioni, con l’obiettivo che si trasformino in un impegno quotidiano verso la pace, sono racchiuse nella mostra che espone gli splendidi scatti di Annalisa Vandelli, scrittrice e fotoreporter freen lance che ha raccontato numerosi Paesi tra cui Etiopia, Kenya, Pakistan, Giordania. La mostra è un percorso articolato nella chiesa di Santa Maria in Castello, conosciuta come la Sagra, di piazzale Re Astolfo, che durerà fino al 22 luglio.
Curato da Roberta Pè, l’appuntamento nasce nell’ambito della Festa più pazza del mondo, ed è stato fortemente voluto dall’associazione “Gli argonauti”, gode del sosteno di Migrantes diocesana, del patrocinio del Comune ed è stata sostenuta dalla Falegnameria Benedetti di Pavullo e dall’Officina Citroen Cotugno. «Questo è uno dei modi con cui abbiamo inteso valorizzare la torre campanaria - ha commentato l’assessore alla cultura Simone Morelli - in realtà si è arrivati a qualcosa di ancora più forte con un messaggio, quello della pace, che comporta un valore altissimo».
«Quando mi hanno chiesto una mostra sulla pace inizialmente avevo pensato di dire di no perché sarebbe stato facile cadere nella banalità. Poi mi è venuta in mente la Via Crucis - racconta Annalisa Vandelli - Le stazioni mi ricordavano le persone che ho conosciuto in giro per il mondo in questi dieci anni. Noi spesso non abbiamo capacità di vedere la storia e questo ha portato a derive d’odio che soltanto pochi anni fa erano inimmaginabili. Quando si prende in mano la penna o la macchina fotografica si deve decidere se farlo con amore o con odio. Noi non conosciamo la paura di guardare sui tetti per controllare se ci sono i cecchini. Questo perché c’è chi ha combattuto per noi per regalarci la libertà. Io vorrei che ogni stazione della mostra fosse la voce di qualcuno che ho incontrato. E le foto devono raccontare, non devono essere un elogio dell’autore. Se con le mie foto riesco a trasmettervi un racconto, vuol dire che ho vinto». Al termine della visita è possibile lasciare un messaggio di pace in una simbolica barchetta di carta. (s.a.)
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