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Ricostruzione del viso Modena all’avanguardia

di Luca Gardinale
Ricostruzione del viso Modena all’avanguardia

Luigi Chiarini è direttore della struttura di chirurgia cranio maxillo facciale  «Malformazioni o incidenti: operiamo per la qualità della vita». All’anno 500 casi

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Quando ci provarono era il 1989, e davanti a loro avevano due cose: un ragazzo che, tentando il suicidio, si era letteralmente distrutto mezza faccia, e un articolo di una rivista australiana che descriveva il primo caso al mondo di ricostruzione della mandibola utilizzando il perone. Ovviamente ci hanno pensato, ma nemmeno troppo: da quella sala operatoria del Policlinico venne fuori il primo intervento europeo del genere. Ventinove anni dopo, il professor Luigi Chiarini è direttore della Struttura complessa di chirurgia cranio maxillo facciale dell’Azienda ospedaliero universitaria di Modena, e di ricostruzioni della mandibola ne ha fatte tante.

Professore, partiamo da quello straordinario intervento di quasi trent’anni fa.

«Era una situazione molto difficile, perché il paziente, che si era sparato con un fucile, si era completamente distrutto la mandibola. A quel punto, nel chiederci come intervenire, abbiamo approfondito un articolo sul primo caso al mondo di ricostruzione della faccia utilizzando tutto il perone, che è un osso facilmente rimodellabile. L’intervento andò molto bene, e di fatto fu il primo caso in Italia e in Europa di ricostruzione della mandibola con un lembo rivascolarizzato, un’operazione che poi si iniziò a fare anche altrove».

Un’operazione straordinaria per i tempi. Oggi chi sono i pazienti che vengono da voi?

«In gran parte dei casi, potremmo dire tra il 70 e l’80%, si tratta di ricostruzioni post oncologiche, ma abbiamo anche diversi casi in cui c’è bisogno di una ricostruzione in seguito a un trauma o un incidente, e anche alcuni legati a malformazioni, soprattutto per i bambini».

Intervenite anche sui neonati?

«Sì, perché in alcuni casi di malformazione c’è bisogno di operare subito, anche quando il bimbo ha quattro mesi. Tra le malformazioni più comuni ci sono ad esempio la labiopalatoschisi, ovvero il labbro leporino, che colpisce un bimbo ogni 2000-2500 nati al Policlinico. Altri casi in cui si interviene presto, anche se meno frequenti, sono la craniostenosi e la craniosinostosi».

E poi avete molti pazienti oncologici: quali sono i tumori più frequenti?

«Al 90% sono carcinomi della bocca, della testa, dei seni paranasali e dell’orofaringe, anche se da qua in giù subentrano gli otorini. Da questo punto di vista siamo un polo attrattivo, dal momento che circa il 40% dei pazienti viene da fuori regione, soprattutto dal sud Italia. Il problema principale è che spesso questi tumori arrivano in fase molto avanzata, quando le possibilità di sopravvivenza, con una diagnosi tempestiva, sono altissime: per questo dico sempre che la prevenzione è importante, ma la diagnosi precoce lo è altrettanto, anche perché il tumore del cavo orale è facilmente ispezionabile e individuabile».

Bisogna essere più attenti ai segnali?

«Assolutamente, perché troppo spesso non si dà peso a manifestazioni cliniche importanti, e la cosa vale per i pazienti, ma in qualche caso anche per i medici di base. E’ quindi di fondamentale importanza farsi vedere subito, prima dal medico di base e poi se necessario da uno specialista, quando si nota una lesione della bocca, anche perché questi tumori spesso partono con un’ulcera: se è un tumore e si tratta subito, le percentuali di sopravvivenza sono più o meno del 90%, ma nel giro di sei-sette mesi si può anche passare dallo stadio uno allo stadio quattro, quando le percentuali di sopravvivenza si riducono al 15%».

E nel caso dei pazienti con una breve aspettativa di vita cosa si fa?

«Oggi si opera lo stesso, anche perché al centro c’è la qualità di vita del paziente: un paziente con un anno di vita davanti un tempo non usciva più di casa, mentre oggi l’obiettivo è migliorare, per quanto possibile, la qualità del tempo rimasto».

E poi operate pazienti che hanno subito incidenti: qualcuno che è arrivato dopo una rissa un po’ troppo accesa?

«Ne abbiamo avuti diversi, soprattutto stranieri. Una decina di anni fa ci siamo visti arrivare un paziente nordafricano che lavava i vetri agli incroci della città a cui era stato letteralmente aperto in due lo zigomo con un colpo d’ascia. Ma la cosa non è finita lì: dopo l’intervento, nella notte, il “collega” che lo aveva colpito è arrivato al Policlinico perché voleva raggiungerlo e… finire l’opera: per fortuna, grazie all’intervento del personale, l’uomo è stato fermato…».

Quanti interventi fate in un anno e quante sale operatorie avete?

«Facciamo circa 500 interventi all’anno in quattro sale operatorie: la quinta arriverà a Baggiovara, dove oggi quando serve si utilizzano altre sale, e sarà dedicata alla traumatologia d’urgenza».

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