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«Arcigay? Grande responsabilità»

Francesco Donini, neopresidente, è impegnato anche con l’Avap di Sestola

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SESTOLA. «Mi sono avvicinato all’associazione perché in quel momento della mia vita avevo bisogno di capirmi meglio, di confrontarmi con qualcun altro che provasse quello che provavo io. Ero nervosissimo però è stato un approccio positivo, molto diverso da quello che mi aspettavo. Ho trovato persone alla mano che parlavano di certe tematiche in maniera libera e genuina, una cosa a cui non ero abituato. All’epoca avevo 23 anni, oggi ne ho 37: confusione, necessità e desiderio sono le tre parole che allora mi descrivevano meglio; oggi, le “mie” tre parole sono invece appartenenza, motivazione e, sempre, desiderio».

Francesco Donini, di Sestola, da alcuni mesi è presidente di Arcigay Modena. «È un incaricoche vivo come una responsabilità prima di tutto, il potere non mi interessa. In questi anni, l’associazione è cambiata molto; quando mi sono avvicinato era nata da pochi anni. Poco dopo il mio arrivo, abbiamo iniziato a fondare il Gruppo giovani, il Gruppo scuola e l’associazione si è radicata sempre più sul territorio, all’insegna di un percorso di crescita».

Francesco, oltre a fare formazione per Arcigay nelle scuole, è tra i volontari che ogni anno incontrano i giovani all’interno del progetto Officine della Solidarietà del Csv di Modena: «Rispetto a quello che percepisco mi trovo ad avere un’impressione diversa: i ragazzi che incontro alle Officine sono sempre molto curiosi e hanno voglia di impegnarsi, di avere un’idea concreta e vicina di un futuro migliore e io mi nutro di questo spirito positivo. Io vengo da Sestola e sono cresciuto con l’idea che ci si debba aiutare a vicenda: collaboro anche con l’Avap di Sestola e posso dire che il mio paese è coeso e sensibile alla solidarietà».

Nella vita, Francesco lavora come educatore per la cooperativa Caleidos, occupandosi di sostegno ai migranti richiedenti asilo. Nel lavoro gli capita di mettere in campo anche le competenze e le esperienze maturate all’interno dell’associazione.

«La nostra cooperativa ha sempre avuto un occhio di riguardo e noi operatori abbiamo una formazione specifica su cosa vuol dire essere un richiedente asilo gay, lesbica o transessuale che arriva nel nostro paese. È una situazione complessa: intanto queste persone ci mettono un pò ad ammetterlo a sé stessi e agli operatori che li seguono e hanno bisogno di tutele particolari, di un ambiente in cui sentirsi sicuri. Come associazione, abbiamo fatto diverse attività con persone di varie nazionalità, abbiamo spiegato loro il valore del Pride, le battaglie per i diritti. Per loro è tutto sconosciuto e questo mi ricorda tutte le cose che ci sono da ottenere ma anche quanto lavoro è stato fatto”. (l.s.)



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