Epilessia, l’efficacia dei farmaci rivelata dal prelievo di sangue
La squadra guidata da Giuseppe Biagini, di Scienze biomediche dell’Università ha identificato nel plasma possibili marcatori biologici della malattia sui bimbi
Un semplice prelievo del sangue potrebbe rivelare nei bambini che soffrono di epilessia la possibilità di una risposta positiva ai farmaci antiepilettici. Lo dimostra uno studio targato Unimore. La squadra guidata da Giuseppe Biagini, docente di Scienze biomediche, ha identificato nel plasma possibili marcatori biologici della malattia. La chiave è stata identificata in due ormoni prodotti dallo stomaco: la ghrelina e la des-acil ghrelina, derivata della prima. Studiando 114 bambini sotto ai 14 anni, i ricercatori modenesi hanno osservato che la loro produzione aumenta in pazienti che hanno una buona risposta ai farmaci antiepilettici.
I piccoli coinvolti nello studio erano stati suddivisi, infatti, in due gruppi: coloro che hanno buone risposte dalle terapie o responsivi (77 in tutto) e i farmacoresistenti o non responsivi (37). Le loro reazioni sono state messe a confronto a quelli di 59 bambini, reclutati come controlli con il consenso dei genitori. I ricercatori hanno osservato che i livelli di ghrelina nel plasma erano raddoppiati nei primi sia se confrontati sia con i secondi sia con i terzi. I valori plasmatici del secondo ormone dello stomaco erano più elevati anche nel primo gruppo.
L’ipotesi è che tali meccanismi possano svolgere il compito di agevolatori nella risposta dei farmaci. La scoperta potrebbe così avere due effetti collaterali positivi. Innanzitutto, ghrelina e des-acil ghrelina potrebbero essere considerati biomarcatori, ovvero lampadine nell’organismo che si accendono in caso di risposte positive alla terapia. Inoltre, gli stessi trattamenti farmacologici potrebbero cambiare. Il condizionale è d’obbligo perché manca ancora uno studio di conferma.
«C’è la possibilità abbastanza remota che l’associazione tra gli ormoni e le risposte sia casuale - ha confermato Biagini - per cui dovremmo misurare i bambini prima di trattarli con farmaci antiepilettici. Se da un livello pretrattamento normale si passa a valori raddoppiati potremmo dire con certezza che è un biomarcatore per i farmaci antiepilettici».
Sarebbe il primo osservato in un campo di ricerca le cui frontiere sono ancora lontane da raggiungere. «Ci stiamo organizzando per un altro studio - ha aggiunto il coordinatore - ma abbiamo bisogno di un supporto finanziario. Dobbiamo coinvolgere altre cliniche a livello nazionale, coinvolgendo neuropediatri che seguono più casi all’anno». Lo studio concluso è stato realizzato con il finanziamento del ministero della Salute e condotto tra novembre 2014 e giugno 2016. Tra i risultati anche la pubblicazione sul numero di luglio di “Neurology”, rivista internazionale dell’Accademia Americana di Neurologia. Quattro le firme della pubblicazione: Maddalena Marchiò, assegnista di ricerca presso il laboratorio di Epilettologia Sperimentale; Laura Roli, ricercatrice presso il laboratorio di Analisi dell’ospedale di Baggiovara; Carmela Giordano, dottoressa di ricerca Unimore in Medicina clinica sperimentale; Elisa Caramaschi, neuropediatra. Alla squadra diretta da Biagini hanno collaborato anche il dottor Tommaso Trenti, direttore del dipartimento di Medicina di laboratorioa, e la dottoressa Azzurra Guerra, neuropediatra del Policlinico. —
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