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Cellule staminali e nuove frontiere a Modena: «Dateci un hub per gli interventi»

Luca Gardinale
Cellule staminali e nuove frontiere a Modena: «Dateci un hub per gli interventi»

Dal “bambino farfalla” alla rigenerazione della cornea Holostem festeggia dieci anni di attività e chiede un regalo

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MODENA. C’è Hassan, e c’è il fatto che a vederlo giocare a pallone, oggi, viene da dire che la missione è già compiuta, fosse anche l’unico risultato ottenuto e ottenibile. Ma non c’è solo lui: ci sono tanti pazienti, per esempio, che si sono messi a piangere dopo aver visto per la prima volta i loro nipoti. Tutto questo in dieci anni, partendo da tre professionisti che all’inizio lavoravano in una struttura in cui mancavano ancora le porte, per arrivare a costruire una delle prime realtà al mondo per la ricostruzione dei tessuti epiteliali utilizzando le cellule staminali.

Dieci anni che ieri la Holostem, azienda nata dall’incontro tra pubblico e privato all’interno del Centro di medicina rigenerativa “Stefano Ferrari” di Modena, ha festeggiato ripercorrendo una storia intensa e difficile. Di traguardi straordinari, come quello che tra il 2015 e il 2016 ha portato alla ricostruzione dell’80% della pelle di Hassan, piccolo siriano affetto da epidermolisi bollosa, la sindrome del “bambino farfalla”, che rende la pelle estremamente fragile. «Al centro del nostro lavoro c’è l’epitelio - spiega Graziella Pellegrini, direttore Ricerca e sviluppo della Holostem - che non è solo il “vestito” del nostro organismo, ma è un insieme di organi assolutamente vitali. Quindi siamo partiti con l’epidermide, per arrivare poi agli altri epiteli: così nel 2015 siamo arrivati alla prima terapia italiana basata sulle staminali, raggiungendo risultati non ottenibili con altre terapie».

È grazie all’utilizzo delle cellule staminali, ad esempio, che tanti pazienti ciechi sono tornati a vedere: «La nuova sfida per la fine del 2018 - riprende la professoressa Pellegrini - è quella di trovare una terapia anche i pazienti ciechi bilaterali che non hanno nemmeno una zona “donatrice”». Oltre alla rigenerazione della cornea, in questi anni la Holostem - spin-off nata nel 2008 dall’incontro tra l’Università di Modena e Reggio Emilia, l’azienda farmaceutica parmense Chiesi e due ricercatori di livello internazionale come Graziella Pellegrini e Michele De Luca - ha permesso anche la cura della gravissima sindrome del “bambino farfalla”: «Nelle forme più gravi i bambini non arrivano a un anno di vita - spiega il professor De Luca, direttore del Centro di medicina rigenerativa e direttore scientifico di Holostem - mentre quelli che arrivano all’adolescenza molto spesso sviluppano tumori della pelle. In questo caso, l’unica terapia possibile è quella genica, che però ha bisogno delle staminali: in questi dieci anni, grazie a Holostem, è stato possibile farlo, e oggi Hassan fa una vita normale, va in palestra e gioca a calcio. Se anche questo fosse l’unico risultato ottenuto in tutti questi anni di investimenti e di lavoro di ricerca, sarebbe sufficiente, perché la vita di un bambino non ha prezzo. Ma la storia di Hassan ci dice che si possono ottenere risultati straordinari, e noi non ci vogliamo fermare».

Ma tra le nuove sfide, oltre alla rigenerazione della cornea anche nei casi più difficili, c’è quella di fare del Centro “Stefano Ferrari”, che ospita Holostem, un hub di livello internazionale: «Oggi i bimbi come il piccolo siriano non hanno punti di riferimento - riprende il professor De Luca - noi qui abbiamo la terapia genica, ma non quella clinica, tanto che Hassan è stato operato a Salisburgo». L’idea, insomma, è quella di poter sviluppare anche la parte clinica a Modena, in modo da poter seguire i pazienti e le loro famiglie in maniera “completa”, trasformando il centro in un punto di riferimento internazionale. —