«Fatevi stuprare» Il caso in Parlamento E Gasparini fa ricorso
«Una cosa è certa: non mi fermerò qui». Stefania Gasparini non ci sta e non accetta l’archiviazione della querela per diffamazione e istigazione a delinquere che aveva presentato nei confronti di...
«Una cosa è certa: non mi fermerò qui». Stefania Gasparini non ci sta e non accetta l’archiviazione della querela per diffamazione e istigazione a delinquere che aveva presentato nei confronti di quattro persone per un commento scritto sul suo profilo Facebook: «Piddine fatevi stuprare dagli immigrati, allora e come dice il mediatore culturale idiota, all'inizio fa male, poi... buon divertimento!». «Sto valutando con gli avvocati - prosegue l’assessore all’Istruzione - quale possa essere la migliore strada legale da percorrere. Ma non mi fermerò: più per una questione politica che giuridica. Le attuali norme non sono adeguate al mondo dei social network e la magistratura è scollata da ciò che avviene sul web».
La delusione per la decisione del gip è stata solo in parte attutita dai tanti messaggi di solidarietà, in primis quelli del segretario provinciale Pd Davide Fava: «Mi hanno scritto in tanti - precisa la Gasparini - esponenti di ogni forza politica (più donne che uomini), ma anche persone che con la politica non hanno nulla a che fare. Questi segnali di stima mi hanno rincuorato. Fortunatamente si tratta della stragrande maggioranza dei messaggi, perché c’è anche chi mi ha scritto per offendermi. Si tratta quasi certamente di profili fasulli, quindi non li ritengo importanti. Ma in fondo me lo aspettavo, perché quando ti esponi diventi un bersaglio».
La Gasparini, però, non vuole che l’attenzione mediatica si limiti al suo caso specifico. La sua intenzione è quella di utilizzarlo per farne un esempio, affinché finalmente si evidenzi con forza il problema del linguaggio e del comportamento sui social network. Non solo da parte dei normali utenti, ma anche - e forse soprattutto - da parte di chi ha ruoli pubblici: «Era la mia intenzione fin dall’inizio. Se le battaglie non le facciamo noi donne che abbiamo un ruolo politico, chi le fa? Vorrei diventare il “megafono” di tutti coloro che hanno subito offese come me e che magari hanno paura di denunciare o non hanno i mezzi per farlo. E i primi a comportarci in maniera corretta dobbiamo essere noi politici, senza esasperare i toni perché altrimenti spingiamo chi ci legge e ci segue oltre limiti che non andrebbero superati».
Del caso si sono interessate anche le parlamentari Vanna Iori, Paola Boldrini e Antonella Incerti: presenteranno un’interrogazione a brevissimo. Inoltre anche l’ex ministro Valeria Fedeli è intervenuta: «Si tratta di un fatto grave sia per la concreta tutela della sicurezza della Gasparini, sia dal punto di vista simbolico, perché si finisce con l’avvallare un linguaggio di violenza e di odio di genere. Anche questo episodio conferma l’urgenza di istituire al Senato, anche in questa legislatura, la commissione di inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere». —
GIB
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