Dagli scavi per il Novi Park la peste che flagellò Modena
LA STORIAStefano LuppiModena nel 1630, l’anno di maggior picco della peste descritta anche da Manzoni nei Promessi Sposi, era una camera mortuaria a cielo aperto. In quell’anno, che immediatamente...
LA STORIA
Stefano Luppi
Modena nel 1630, l’anno di maggior picco della peste descritta anche da Manzoni nei Promessi Sposi, era una camera mortuaria a cielo aperto. In quell’anno, che immediatamente dopo portò alla costruzione della chiesa del Voto in via Emilia centro, morì il 40% della popolazione. «Fu una autentica tragedia - spiega Diletta Biagini, modenese dottoranda dell’università di Bologna - perché è come se oggi morissero 70-80mila cittadini». Biagini, 28 anni, nel 2015 ha discusso una tesi di Laurea dedicata a come la nostra città visse la peste durante quel terribile 1630. «Grazie al mio prof di antropologia archeologica Giorgio Gruppioni - spiega Biagini - ho analizzato l’impatto che ebbe in città l’epidemia che colpì il nord Italia quell’anno. E questo attraverso l’analisi antropologica dei resti umani recuperati durante lo scavo del parcheggio interrato Novi Park, nonché attraverso lo studio delle fonti archivistiche, in particolare i registri dei morti di tutte le parrocchie cittadine che in quel periodo si trovavano all’interno delle mura della città. Un dato utile seppur parziale, visto che a un certo punto i parroci smisero di segnare le morti che erano troppe».
Partiamo dai morti di quell’anno.
«Furono moltissimi, oltre 2500 decessi alle soglie del 1630 a fronte di una popolazione di circa 10mila anime secondo dati come detto impossibile da ritenere precisi. Siamo comunque intorno al 27,04% della popolazione intera, poi l’aumento epidemico che porta i morti a oltre 4mila, ossia circa a quel 40% della popolazione in linea con le altre città del Nord Italia».
Tutti questi morti dove venivano seppelliti?
«Fuori dalle mura, per evitare ulteriori contagi. Nelle fonti storiche si fa riferimento soprattutto a due cimiteri fuori dalle mura dove venivano portati i cadaveri infetti: il cimitero di San Lazzaro, ossia quello del vecchio lazzaretto-ospedale fuori porta Bologna presso l’attuale largo Garibaldi e il cosiddetto “Prato novo”. Quest’ultimo era fuori porta S. Agostino, nei pressi dell’attuale parcheggio Novi Sad, scavo dal quale è partita la mia ricerca. C’erano poi altri due cimiteri non meglio identificati, ‘Roversella o Roverella’ e ‘Verdeda’ ”. Anni fa trovaste molti cadaveri nei pressi dello scavo al Novi Sad? “Sì, a partire dall’autunno del 2009 individuammo una necropoli degli appestati datata al XVII secolo. Sicuramente questo è il cimitero fatto consacrare dal vescovo Alessandro Rangoni tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto del 1630 fuori porta S. Agostino, per far fronte all’esigenza di creare nuovi spazi per le sepolture dei morti colpiti dall’epidemia al momento di maggior picco».
Com’è costituito il cimitero e com’era gli scheletri?
«Era costituito da 69 tombe disposte in più file parallele tra di loro che accoglievano più corpi ciascuna, un grande addensamento di corpi deposti spesso in maniera scomposta, sia avvolti in bende che gettati privi di indumenti su un fondo di calce viva. Sono stati rinvenuti inoltre alcuni segni di bruciature sulle ossa che lasciano supporre pratiche di sterilizzazione ancor prima della sepoltura, probabilmente per evitare il diffondersi della epidemia. I resti ritrovati sono spesso incompleti e non ci sono segni di deposizione secondo canoni religiosi, nonostante il terreno fosse di proprietà religiosa. Probabilmente li seppellirono molto in fretta». —
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