Omicidio della nonna, il nipote aveva una grave ferita a un dito
L’ipotesi che aggrava le accuse: se l’è procurata mentre infieriva sulla donna «Non mi voleva far uscire». Presto la perizia. Dissequestrata la casa del delitto
serramazzoni. Ghennadi Rizhok aveva le mani sporche di sangue, ed una profonda ferita ad un dito quando è stato trovato dal patrigno nell’appartamento teatro del omicidio di sua nonna, la 67enne Anna Grishchenko. Un elemento di indagine che a questo punto aggrava, per usare un eufemismo, la posizione del 26enne, arrestato poche ore dopo l’omicidio dai carabinieri di Pavullo, coordinati dal pm Luca Guerzoni.
Il ragazzo, oggi difeso dall’avvocato Valeria De Biase, è stato poi trasferito in un reparto specialistico dell’ospedale di Baggiovara, sotto la sorveglianza della polizia penitenziaria. E lì è in attesa dell’incidente probatorio - ovvero l’anticipazione di una parte del processo - richiesto dalla Procura. Lo scopo: affidare ad un esperto psichiatra la valutazione della capacità di intendere e volere al momento del delitto. Perché se sulle responsabilità di Ghennadi ormai il cerchio si è inesorabilmente chiuso, resta da decidere se sia punibile, se cioè avesse effettivamente la coscienza e la volontà di assassinare la nonna, con quella raffica di coltellate al collo, che si sono poi rivelate fatali. Una lucidità solo intravista in qualche frase pronunciata ad interrompere il ferreo silenzio nel quale si è rinchiuso, fin dall’interrogatorio di convalida. Come le parole che ha pronunciato quando ha capito che lo avrebbero portato in carcere. Qualcosa come “ospedale”, per intendere che si sentiva mentalmente disturbato e che il carcere non era il luogo giusto per lui.
O quando, all’arrivo a casa del papà allertato dalla moglie, subito dopo l’omicidio, avrebbe pronunciato boffonchiando qualcosa, del tipo “la nonna non voleva che uscissi...”. Di fatto confessando l’accaduto, in forme tuttavia proceduralmente irrilevanti.
Di qui l’importanza della perizia psichiatrica, che potrebbe confermare e meglio certificare una situazione di disagio psichiatrico già nota, dal momento che Ghennadi era in cura agli specialisti del Simap da qualche tempo.
Da quando la sua carriera di promettente e giovane calciatore - era passato dal Serramazzoni al Sassuolo - si è interrotta, per la scelta della scuola e delle compagnie sbagliate: consumo di sostanze stupefacenti ed abuso di alcol che hanno confuso e ferito la lucidità di un giovane all’apparenza integrato, che a Serramazzoni viveva con quella nonna che lo accudiva, quando la mamma di Ghennadi, Liudmila, e il marito Antonio, sposato in seconde nozze nel 1999, erano al lavoro. Persone che stanno passando giorni di infermo, per quello che è accaduto. Per di più “sfrattate” per due settimane dall’abitazione di via via XXIV Maggio 576, di fronte all’Americano.
La magistratura ha deciso di dissequestrarla proprio in questi giorni. Ma non sarà facile rientrare, e cancellare le impronte e i ricordi di quella mattanza folle che ha spezzato una vita, e ne ha sconvolte almeno altre tre. —
A.SETTI.
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