I misteri del “Mostro di Modena” Un documentario sui dieci delitti irrisolti
Gli omicidi oggi sono diventati dieci, non più otto. Trent’anni dopo la domanda, invece, resta la stessa: esiste un “Mostro di Modena”?
MODENA Gli omicidi oggi sono diventati dieci, non più otto. Trent’anni dopo la domanda, invece, resta la stessa: esiste un “Mostro di Modena”? In altre parole: esiste un unico serial killer dietro i dieci anni di omicidi di dieci giovani prostitute legate al mondo dell’eroina? A scavare in questo dossier cupo e maledetto, raccogliendo tutta la documentazione investigativa e giudiziaria disponibile e testimonianze di prima mano, è stato il regista Gabriele Veronesi che, con Luca Bedini e Taiga Produzione (e ora un contributo della Regione), ha girato un documentario: “Labbra Blu”.
Sarà pronto in aprile e parteciperà a importanti festival, compreso quello di Riccione, ma già ora si impone per il taglio nuovo e a tratti spiazzante rispetto alla narrazione consolidata di questa vicenda noir di provincia. Narrazione che non può fare a meno dell’intuizione del giornalista Pier Luigi Salinaro e dei suoi famosi articoli sulla “Gazzetta di Modena”: l’idea che esistessero evidenti elementi comuni a tutti gli omicidi. Legami che però, come concluse il grande criminologo De Fazio, non hanno trovato riscontri probatori. Proprio questa carenza di elementi fattuali e il fallimento investigativo e giudiziario - nessun assassino individuato, un unico processo finito con un’assoluzione - permettono a Veronesi e al suo staff di allargare la vicenda dagli spazi claustrofobici della cronaca nera a nuovi scenari finora trascurati.
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In “Labbra blu”, il Mostro di Modena è parte degli anni Ottanta di Modena e del grosso flusso di eroina e di altre droghe che in quegli anni passavano per una città di consumatori appetibile per mafie e trafficanti. Emergono anche il mondo della prostituzione locale, lo sfruttamento di giovani tossicomani e le paure nascenti proprio in quegli anni per l’Aids. Infine, c’è il mondo della marginalità modenese, fragile e appetibile per pervertiti e possibili assassini seriali.
I DELITTI Dal 1983 al 1995, anno dell’ultimo caso, si snoda una serie di delitti a cadenza biennale, seguiti da inconcludenti indagini di routine e dall’altro da una attenzione sempre più crescente dei media. Sono gli stessi anni del Mostro di Firenze. E indubbiamente esistono analogie tra i due dossier. Ma a Modena, come ricostruisce il documentario “Labbra blu”, le piste investigative ricalcano le suggestive analogie con Firenze senza mai trovare traccia di un mostro modenese. E, volendo negare l’ipotesi mostro, di neppure uno degli otto assassini. Tutto questo ha reso sempre più sottile la linea tra la realtà dei fatti e il loro racconto. Al punto che, come emerge dalla ricostruzione di Veronesi, si ha la netta impressione che spesso le indagini della polizia giudiziaria prendano corpo solo inseguendo i cronisti.
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Dal primo omicidio “ufficiale”, quello di Giovanna Marchetti nel 1985 all’ultimo, il caso Monica Abate del 1995, si nota una crescita di attenzione della stampa e dell’opinione pubblica ma anche l’attenzione discontinua se non distratta da parte delle autorità, nonostante le inchieste di ben otto pm. Solo con il delitto Abate e grazie alla combattiva madre di Monica, Romana Caselli, l’attenzione si è spostata alla televisione e al pubblico nazionale. L’inchiesta, fatta con scrupolo, ha portato a indagare anche alcuni poliziotti “infedeli”. Ma i colpevoli sono tutti rimasti impuniti. Come spiega Salinaro, molti di questi omicidi erano considerati casi di serie B: omicidi di donne di ambienti marginali e poco interessanti per un magistrato o un investigatore. Non davano lustro. Ecco perché il documentario permette di vedere in controluce un’altra Modena degli anni 80, lontana dal benessere, dalle feste e dai successi.
È una storia che per ognuna di queste vittime senza giustizia parla di disperazione personale fino a un incontro sbagliato e a una morte orribile. Sono storie che non avremmo mai conosciuto diversamente. Per questo Veronesi ora si appella a chi conosceva quegli ambienti per dare nuova testimonianza che allarghi la conoscenza sui traffici di droga e di prostitute di allora. Trent’anni dopo, quei dieci delitti insoluti sono dei “cold case”, casi freddi. Il documentario esplora anche la possibilità che si possa venire a capo dei casi attraverso le nuove tecniche di analisi forense allargando le indagini a delitti simili fuori provincia. Chissà...
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