Modena-Nowapara il viaggio della vita Gias torna a casa: una famiglia, di due
Emanuela Carta e Raffaele Della Casa fino in Bangladesh insieme al ragazzo profugo che da due anni abita con loro
Il fiore si chiama shapla. È bianco. Nel cuore delle risaie riflette come la luna nel cielo. Una ragazza lo porge con dolcezza, in tutta la sua luminosità. Benvenuti. Benvenuta Emanuela. Benvenuto Raffaele. Bentornato Gias. L’abbraccio al papà Babul, mamma Selena lo bagna con l’acqua. È il figlio che è tornato a casa, accompagnato dalla sua famiglia italiana con la quale vive da due anni. I primi europei al villaggio, i primi bianchi che la piccola comunità bengalese vede da quando il katal, un frutto rugoso che si trova in ogni angolo, cresce sugli alberi.
Da Modena a al villaggio di Nowapara, provincia di Tontor, distretto di Brahmanbaria nel cuore del Bangladesh la strada è lunga. Gias, uno dei protagonisti di questa storia di immigrazione e accoglienza, lo sa bene: è un ragazzo che lo Stato italiano, tre anni e mezzo fa, ha definito “minore non accompagnato” quando arrivò dopo mesi di viaggio, partito da Nowapara e arrivato a Modena dopo aver attraversato India, Pakistan, Iran, Dubai, Turchia, Grecia, Macedonia, Austria. Un viaggio disumano costato diecimila euro per cercare fortuna in Italia e mantenere la sua famiglia bengalese.
Dopo tre anni Gias Uddin è tornato indietro. Non per sempre. Non da solo. Con Emanuela Carta e Raffaele Della Casa, una coppia di ragazzi modenesi, per lui sono i genitori che con il progetto WelcHome del Comune di Modena sono diventati suoi tutori e lo hanno preso per mano in questa nuova vita.
Gias lavora, ha studiato e oggi ha messo a frutto la sua passione per la cucina. Ha messo da parte un po’ di soldi, ha regalato al fratello Alauddin un’Apecar per il lavoro di taxista, una bicicletta al piccolo Ikram. Ad Emanuela e Raffaele basta guardarlo negli occhi: «È coraggioso, pensa sempre agli altri. Per noi è stato automatico proporgli di riportarlo a casa per qualche giorno, condividendo con lui il viaggio a ritroso che lo aveva portato in Italia».
Non c’è chi lo sfrutta, questa volta. Non c’è chi mette a repentaglio la sua vita, questa volta. Ci sono i suoi genitori «sono buoni e mi hanno accolto da subito: di loro mi piace tutto». Lo dice da quando li ha conosciuti, da quando con lui hanno ripagato il debito del suo viaggio della speranza. Lui, che la speranza non l’ha persa e adesso l’ha riportata anche ai suoi genitori naturali e alla sua famiglia, senza illuderli. «Arrivare a Nowapara - raccontano Emanuela e Raffaele - è stato incredibile. Ma ancora più sconvolgente, tra le lacrime, è stato venire via. Si fa fatica a raccontare. Abbiamo in mente i luoghi, i volti, le persone, i problemi che sono rimasti lì e che ci piacerebbe affrontare per dare una risposta a quella che noi oggi consideriamo parte della nostra famiglia».
Intanto, al villaggio, con papà Babul, mamma Selena, i fratelli Alauddin, Jannat e Ikram, i parenti e gli amici è rimasta la mucca Italia: «L’abbiamo presa per la famiglia di Gias in occasione della festa musulmana del sacrificio. Non per ucciderla, ma per farla vivere, perchè la mucca è segno di ricchezza per tutto ciò che produce per loro. Non pensiamo solo a qualcosa di materiale, ma un segno di ripresa per la loro vita di agricoltori e allevatori che può così rifiorire con una fattoria che può crescere, tanto che oggi la mucca aspetta anche un vitellino».
«Eravamo al centro di ogni loro pensiero, a proposito di accoglienza... Ci hanno praticamente scortato perchè avevano paura che ci potesse succedere qualcosa: siamo stati i primi bianchi al villaggio, ci guardavano tutti, ma tutti si sono dimostrati ospitali. Abbiamo ancora nel cuore i loro occhi, le carezze dei bambini, ci toccavano...». È il momento dei regali: un gioco telecomandato che si alza tra le baracche del villaggio e i bambini guardano con stupore. Poco più in là si gioca una partita di calcio in un acquitrino, si pescano i boicia mas chanda mas, pesci di acqua dolce, si cuoce il riso e a sera tutti ci siede attorno allo stesso tavolo, cristiani e musulmani. Emanuela e Raffaele piangono ancora, Gias sta ancora elaborando ciò che gli è successo davanti agli abbracci tra Babul, Raffaele, Selena ed Emanuela. Ma una cosa l’ha detta: «Queste sono le mie due famiglie». E poi via, di nuovo a Modena, dove c’è un lavoro da chef che manda avanti mezzo villaggio a settemila chilometri di distanza. —
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