Il catetere inventato dal professor Brugioni fa il giro d’Europa
Ricerca e innovazione al Policlinico e a Baggiovara Attraverso l’ecografo si vede la giugulare, crollo degli errori
Dalla sperimentazione modenese all'interesse nazionale. Nato da tre anni, il catetere venoso JLB inventato dal dottor Lucio Brugioni riscuote già successo. La tecnica è stata adottata per circa mille pazienti con una percentuale d'inserimento corretto del 99,2% e nessuna complicanza grave. Risultati in linea con i primi 304 casi, in cui la percentuale era stata addirittura del 99,5%.
Dottor Brugioni, vi aspettavate questi risultati?
«Sì, perché grazie all’ecografo è facile reperire la vena al primo, al secondo o al terzo tentativo. Si abbattono gli errori legati al non vedere la vena: una rivoluzione».
Come funziona?
«Attraverso l’ecografia vediamo la vena giugulare interna. È di grosso calibro e si trova molto superficialmente. Oltre all’ecografo serve il device della giusta lunghezza. Si applica soprattutto per pazienti in emergenza-urgenza e con depauperamento venoso, che sono sempre di più. Spesso sono sopravviventi ai tumori e anziani ospedalizzati tante volte».
Possibili criticità?
«Usando la giugulare interna con sistemi di sterilità si elimina il rischio d’infezioni. Posizionandola al centro della vena si evitano anche le occlusioni e le creazioni di trombi. È una tecnica poco invasiva, in cui il paziente non sente nulla. Di solito, s’impiegano dai tre ai cinque minuti per il posizionamento».
In emergenza è importante la velocità
«In quei casi mettiamo anche 20-30 secondi. In ogni caso, si evitano complicanze ai polmoni, al cuore ed eventuali lacerazioni di vasi. Né noi né chi l’ha usato ha riportato complicanze maggiori. È stato usato al Policlinico, a Baggiovara, Sassuolo, Vignola e in Romagna».
Com’è lavorare in equipe tra Policlinico e Baggiovara per lo sviluppo?
«Eccezionale. Senza l’aiuto di medici, farmacisti e le nostre caposala sarebbe stato impossibile un progetto del genere».
Com’è stata accolta la tecnica in Italia e all’estero?
«All’inizio con incredulità, poi con entusiasmo dall'Italia agli Stati Uniti. È una tecnica salvavita, che dovrebbe essere presente in tutti gli ospedali. Sviluppata per l’emergenza, è usata anche dai chirurghi dopo le operazioni, per cefalee, pazienti molto anziani che hanno un’aspettativa di vita di pochi giorni, ma mantengono il diritto di non avere dolore. La commissione ministeriale Agenas la sta valutando come un device d’interesse nazionale e la commissione è capofila a livello europeo: per Modena sarebbe un ulteriore successo. Presto ascerà il “2.0” con un “safety box” per coprire la punta dell’ago quando è estratta e un “blood stop” per cambiare vene e flebo in sterilità». —
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