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la proposta che fa discutere 

Partito federale, Boschini frena «Tutto il Pd deve cambiare»

Luca Gardinale
Partito federale, Boschini frena «Tutto il Pd deve cambiare»

Il consigliere regionale placa gli entusiasmi di Elisabetta Gualmini e Paolo Calvano «Bilancio e primarie sono due problemi che abbiamo avuto anche in Emilia»

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Gli esempi sono chiari - il Partito socialista catalano o la Csu bavarese - e l’illustrazione ancora più esplicita: «Dobbiamo far capire che noi siamo un’altra cosa». Una cura-choc per il Pd regionale, con la proposta arrivata nei giorni scorsi dal numero due della giunta dell’Emilia-Romagna: per la vicepresidente Elisabetta Gualmini, i dem dovrebbero presentarsi alle elezioni 2019 con un Pd regionale, dando un segnale forte in un momento di immobilismo del partito nazionale. Un’idea rilanciata dal segretario regionale Paolo Calvano, che chiede anche «un rapporto più equilibrato in termini di risorse tra centro e periferia del partito», ma sulla quale è più cauto Giuseppe Boschini, consigliere del Pd nell’Assemblea di viale Aldo Moro.

Boschini, andiamo verso un Pd federale?

«Non so se mi spingerei davvero ad auspicare un Pd emiliano-romagnolo o del nord, “federale” o autonomo rispetto a quello nazionale. A me sembra che sia tutto il Pd, insieme, che deve fare uno scatto in avanti».

Dunque lei è contrario all’idea della vicepresidente Gualmini?

«No, capisco la logica della proposta che in questi giorni hanno fatto la vicepresidente Gualmini e il segretario Calvano. E’ uno stimolo e una provocazione a muoversi. Giustamente è stato ricordato che la ripartizione delle risorse economiche tra centro e periferia non sempre è stata equa, o che da noi c’è l’albo degli elettori per fare le primarie e altrove no. Anche se mi pare che problemi di bilancio, o di gestione di primarie, ci siano stati anche da noi, per essere sinceri…».

Quindi il problema è anche locale, non solo nazionale?

«Ma no, sicuramente tra come stiamo lavorando noi e come lavorano a Roma c’è una enorme differenza. L’insoddisfazione verso il Pd romano adesso è enorme, sia per me, sia per tanti iscritti ed elettori. Ed è l’immobilismo, soprattutto, a essere incomprensibile e intollerabile in questo momento: mi pare che qualcuno sia più preoccupato di tenere equilibri interni che di impostare una vera alternativa a questo governo giallo-verde che non sta mantenendo una sola delle sue promesse elettorali e ne sta combinando di ogni tipo. Ma più che criticarlo e basta servirebbe far vedere il cambiamento».

Che cosa ha in mente?

«Secondo me, più che porre problemi organizzativi, statutari o economici è il momento di porre problemi politici e immagino che la proposta di federalismo serva a questo in ultima istanza. Io penso che dovremmo rilanciare una fase di ascolto, di verifica del nostro progetto politico, ben più ampia di quella che può fare un “normale” congresso, che tra l’altro rischia di essere solo una scelta di classi dirigenti».

“Ascoltare di più” è un ritornello che si sente da tempo…

«Non mi limiterei a fare un congresso, cioè far votare gli iscritti e consultare gli elettori con le primarie: lancerei una fase straordinaria di ascolto, metterei in una “stanza” lavoratori, imprenditori, giovani, precari, dirigenti di associazionismo e volontariato, e chiederei loro, seriamente, dove abbiamo sbagliato e come dobbiamo ripartire. Il congresso va fatto per rilanciare il Pd, ma anche per riallacciare ponti e creare un’area culturale e sociale alternativa ai populismi e sovranismi. Questo va fatto subito, a febbraio è tardi. E statutariamente lo potremmo già fare in Emilia Romagna o a Modena senza dover chiedere il permesso a nessuno. Invece non lo facciamo. Continuiamo a governare bene, credo, ma temo non basti più». —



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