La Cassazione: coltivare marjiuana è più pericoloso che detenerla
La Suprema corte affronta il delicato tema della produzione di piante di cannabis. Se la sostanza risulta “offensiva”, non si può dire che esista l’”uso personale”
MODENA Coltivare piante da stupefacenti è più pericoloso che detenere droga: basta questo pericolo a determinare l’irrilevanza dell’uso personale. E, una volta che il giudice ha stabilito che una certa coltivazione di cannabis è da considerare “offensiva”, non si può più parlare di uso per il proprio fabbisogno. È la conclusione alla quale arriva la Cassazione nel giudicare un caso di condanna apparentemente comune per produzione in proprio di piante di marijuana.
La vicenda riguarda un 40enne modenese condannato a otto mesi dalla Corte d’Appello a Bologna nel 2016 perché in casa teneva quattro piante di marijuana, “erba” per 51 grammi. Il suo difensore è ricorso alla Suprema Corte sostenendo che era stata applicata la legge in modo erroneo per quanto riguardava «le condotte di chi “detiene” la coltivazione di piante per estrazione di droga ai fini di uso personale, che non costituisce reato. Un tema di grande attualità in Italia e che ha aperto la strada alla coltivazione tollerata, sempre se il Thc della sostanza è sotto i limiti di legge.
«Le piantine - sosteneva la difesa - venivano coltivate come piante ornamentali, senza strumentazione idonea alla coltivazione intensiva e solo per soddisfare il proprio fabbisogno». Versione, questa, smontata dai giudici della Sesta Sezione: come riportato negli atti dei processi, ricordano, la “lieve entità” invocata dalla difesa consisteva in quattro piante di cannabis in fiore, 35 vasetti con marijuana in germogli, diserbante, concimi, forbici, bilancia e 16 bustine di cellophane, «che sarebbe servita per a raccolta della sostanza drogante da commercializzare».
Passando all’aspetto più interessante della sentenza, la Cassazione respinge le proteste della difesa sostenendo che la Corte d’Appello ha giudicato correttamente. La Suprema Corte ricorda che, secondo l’indirizzo di giurisprudenza consolidato, quando si deve stabilire se punire o meno una coltivazione di cannabis o altre piante dalle quali si estraggono stupefacenti spetta al giudice verificare «l’offensività della condotta», cioè se la sostanza è idonea per ricavarne stupefacente. E quelle piantine erano a maturazione, in grado di sviluppo tale da produrre un «effetto drogante». Se poi si considera la coltivazione in sé, i giudici spiegano che il reato c’è, anche se la maturazione non è arrivata al punto giusto, «neppure quando risulti l’assenza di principio attivo ricavabile nell’immediatezza», in quanto «il coltivare è un’attività che si riferisce all’intero ciclo produttivo». La Corte Costituzionale, infine, nel 2016 ha chiarito che esiste una differenza tra coltivare e commerciare droga. La differenza serve a distinguere la posizione dell’“assuntore”, «ritenuta una forma di disadattamento sociale cui fra fronte con misure terapeutiche», da quella del fabbricante. E per il fabbricante non esiste la finalità dell’uso personale. Chi coltiva, produce e raffina droga è quindi più pericoloso.
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