La corriera precipita, solo un sopravvissuto. L'ex sindaco di Pavullo: «Mi credevano morto, fui salvato dalla suora»
Trentacinque anni fa la tragedia in Ecuador che costò la vita a 24 persone e a Gian Luigi Plati. L’ex sindaco Canovi fu miracolato
PAVULLO Una storia tragica che sembra il copione di un film. E stata rivissuta domenica al cimitero di Pavullo con un'iniziativa semplice ma estremamente sentita: l'omaggio alla tomba di Gian Luigi Plati, consigliere comunale del Psi e funzionario della Comunità Montana morto il 30 luglio 1983 a soli trent'anni in un terribile incidente su un bus in Ecuador, dove era in viaggio con Romano Canovi. L'ex sindaco di Pavullo, all'epoca 28enne e sindacalista Cgil, fu l'unico sopravvissuto, per quanto pieno di ferite e traumi, tra le 25 persone che viaggiavano sul bus finito in un dirupo sulla Panamericana, all'altezza di Ibara. Trentacinque anni dopo, ha voluto esserci per posare un fiore assieme a un gruppo di amici di Plati guidato dall'allora presidente della Comunità Montana Giuliano Giuseppe Romani.
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Ricordare è stato un po' il rivivere quell'esperienza, con un brivido per tutti. Canovi e Plati, che era anche un collaboratore della Gazzetta, erano arrivati in America Latina il 7 luglio 1983 per andare a trovare l'amico Attilio Aleotti (presente anche lui domenica, con una rosa da parte sua e una da Ivano Miglioli), che lavorava per l'Unicef a Bogotà (Colombia). Decisero di andare a fare un giro in Ecuador fino a Otavalo, dove c'era un leggendario mercato indigeno. Verso le 13.30 del 30 luglio, per ritornare a Bogotà, presero un altro pullman perché il loro si guastò. Si appisolarono in viaggio e poi il dramma: «Sento un colpo tremendo, apro gli occhi e vedo il pullman uscire di strada – ha raccontato Canovi – poi buio». Il bus cadde in un burrone, cosa non rara in quelle strade. Canovi picchiò la testa contro il finestrino e volò fuori. Plati che era seduto di fianco a lui e tutti gli altri morirono schiacciati. Nel punto si radunarono presto indigeni che spogliarono tutti delle vesti, ritenendo tutti morti.
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La notizia dell'incidente arrivò a un vicino convento, e tre giorni dopo una suora italiana, Leonina da Padova, andò con un asino e un carretto per seppellire i cadaveri. Si accorse subito che c'erano due italiani, e che Canovi respirava ancora e lo portò subito in missione. Aveva ferite dappertutto: per un giorno e una notte non fece altro che dargli pennellate di foglie d'alcol. Nel portafoglio trovò il numero della Cgil di Pavullo, e con un telefono a manovella chiamò: «Era un venerdì pomeriggio, risposi io – ha raccontato Roberto Ruggeri – quando seppi chiamai subito Romani». «E io chiamai l'ambasciata italiana di Quito – ha continuato Romani – ma non fu affatto semplice fare arrivare un'ambulanza per portare Canovi alla clinica Pasteur. Ancora più difficile accettare il fatto che Gigi fosse morto». Fu informato subito Aleotti, che raggiunse i due amici e organizzò le cure per Canovi. L'ambasciata non aveva soldi per il rimpatrio della salma: Romani organizzò una raccolta fondi e in un giorno i pavullesi donarono 12 milioni di lire. A Linate Plati trovò Romani con una delegazione pavullese a riportarlo a casa. La camera ardente in Comunità Montana: tutto il paese al funerale. —
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