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Casa di Lavoro a Castelfranco: dove il “fine pena” non esiste mai. Internati nel limbo

Sara Donatelli
Casa di Lavoro a Castelfranco: dove il “fine pena” non esiste mai.  Internati nel limbo

Castelfranco. Anche il piromane Giuseppe Purpura è stato rinchiuso qui. Il futuro affidato ad un magistrato e i progetti scarseggiano

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CASTELFRANCO Ergastolo bianco: viene definita così la pena che si trovano a scontare coloro che vengono reclusi all’interno della struttura penitenziaria di Castelfranco dove ha scontato alcuni mesi anche Giuseppe Purpura, il 53enne arrestato con l’accusa di aver incendiato cinque auto e due autobus. Non si tratta di un carcere, ma di una Casa di Reclusione a custodia attenuata con annessa Casa di Lavoro.

Se il 15% della popolazione interna alla struttura è composta da detenuti che stanno ancora espiando la propria pena, il restante 85% sono internati ovvero soggetti che, nonostante abbiano già terminato il proprio iter carcerario, vengono ritenuti socialmente pericolosi, sottoposti a una “misura di sicurezza detentiva” e reclusi appunto all’interno della Casa di Lavoro. A stabilire tale pericolosità sociale è il magistrato di sorveglianza di Modena.

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GLI INTERNATI Un lavoro, una casa e una stabilità economica: sono questi i tre obiettivi che un internato deve raggiungere per tornare in libertà, in caso contrario il magistrato dispone la proroga della detenzione. Sono tante tuttavia le criticità di tale sistema.

«Gran parte degli internati presenta le caratteristiche proprie della cosiddetta detenzione sociale - ha scritto Desi Bruno, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, nella relazione delle attività del 2015 - Si tratta di poveri, emarginati, tossicodipendenti, portatori di disagio psichico».

Secondo gli ultimi dati forniti da Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, sono 60 i tossicodipendenti in trattamento a Castelfranco e 67 i sottoposti a una terapia psichiatrica.

Un altro aspetto critico riguarda la territorialità dell’esecuzione della misura di sicurezza: in tutta Italia esistono infatti solo tre Case di Lavoro e gli internati sono poco più di 500. Ne consegue che il più delle volte questi soggetti si trovano lontano dai luoghi di origine e la ricucitura della trama dei rapporti sociali e familiari è più complicata. Tanti i problemi di coordinamento con i servizi sanitari e assistenziali dei territori di provenienza, in quanto spesso i Comuni di residenza o di origine procedono alla cancellazione anagrafica.

Quasi nulla la progettualità rieducativa della detenzione: la possibilità di lavorare è quasi pari a zero “e ciò avviene - scrive ancora Desi Bruno - nonostante il lavoro debba rappresentare il contenuto caratterizzante della misura di sicurezza detentiva. Mancano progetti e solo pochi internati sono impiegati nell’azienda zootecnica e nel lavoro agricolo e delle serre, che dovrebbero essere la vera ricchezza della struttura di Castelfranco».



CHI NON PUO' USCIRE Chi non può uscire dalla Casa di Lavoro, chi non sa dove andare, chi ha perso la residenza, chi è lontano dai propri familiari, chi non ha un lavoro è dunque inevitabilmente soggetto a ripetute proroghe della misura di sicurezza detentiva. Come se non bastasse, molte volte l’esame delle istanze presentante degli internati è stata interrotta a causa della mancanza del magistrato di sorveglianza di Modena.

«Quando sei detenuto in un carcere sai che quando avrai finito di scontare la tua pena potrai uscire. Qui no, qui è un giudice a stabilire se hai raggiunto determinati parametri per uscire. È un limbo, un vero e proprio ergastolo bianco», racconta uno degli internati.

Non è un caso, dunque, che spesso i soggetti mandati in licenza finale di esperimento, in vista della dimissione, delinquono per tornare in istituto che, paradossalmente, rimane l’unico luogo che garantisce loro un alloggio e del cibo. Questi soggetti vengono reclusi con l’obiettivo di dar vita a percorsi di rieducazione che possano facilitare il reinserimento nella società attraverso un’attività lavorativa e, di conseguenza, una stabilità economica e domiciliare. Difficile, dunque, individuare in questo caso il contenuto rieducativo della pena e ancora più difficile è, per un internato, dimostrare ad un magistrato di sorveglianza di non essere più un soggetto socialmente pericoloso se non ha alcuno strumento attraverso cui trovare un lavoro, una casa e dunque giungere all’indipendenza.

La Casa di Lavoro di Castelfranco, infine, contiene al proprio interno strutture come la lavanderia e la falegnameria, o ancora il terreno agricolo antistante la struttura che potrebbero essere sfruttate dagli internati. Ad oggi, però, rimangono inutilizzate. —


 

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