Inquilina violenta scarcerata La rivolta di tutto il condominio
Torna a casa la donna che ha aggredito e picchiato gran parte del vicinato «Scelta illogica, lei ha dei problemi. È necessario che qualcuno ci protegga»
PAVULLO
Dopo tre settimane al Sant’Anna, si appresta ad essere scarcerata la 35enne marocchina W.S., che farà ritorno a Pavullo nella palazzina Acer di via Bellettini, dove si registra una sollevazione popolare contro la prospettiva di rivedere l’inquilina che ha trasformato in un inferno un condominio.
La storia è nota: la 35enne (già arrestata l’11 settembre 2016 per rapina e un pugno sferrato a una commessa dell’Ecu; il 19 agosto 2017 l’aggressione ai carabinieri e all’operatrice dei Servizi sociali) ha randellato più volte la famiglia del vicino al primo piano, il 34enne albanese Kreshnik Kazanxhi che è su una sedia a rotelle, costringendo a ripetute denunce e, a luglio, anche all’abbandono dell’appartamento perché non riuscivano più - soprattutto i loro due figli - a vivere tra violenze e minacce.
La 35enne infatti più volte ha aggredito con mattarello e bastone della scopa (aspettando apposta sul pianerottolo il passaggio di qualcuno). L’ultimo episodio risale al 28 luglio e, insieme alla documentazione raccolta dai carabinieri sulle infrazioni ai domiciliari, ha condotto il 2 agosto al suo nuovo arresto. In questi due anni da incubo è stata aggredita anche la famiglia della 52enne Assunta Esposito, che ha parimenti denunciato, e altre hanno vissuto episodi più o meno gravi. Per farla breve: su 12 famiglie della palazzina (compresa W.S.) in 10 già il 9 agosto hanno scritto una lettera a sindaco e Acer per chiedere «che l’inquilina W.S., arrestata e carcerata, venga definitivamente allontanata dal condominio, in quanto noi sottoscritti temiamo per la nostre salute psicofisica e per quella dei nostri famigliari».
Alla notizia dell’imminente scarcerazione, che riporterà nel condominio la 35enne da donna libera, ieri mattina si sono ritrovati (a parte alcuni marocchini tornati a casa per le ferie, ma che hanno comunque dato il loro appoggio alla protesta) per far sentire ancora una volta, insieme, tutta la loro preoccupazione, tra mille domande: «Tornerà qui ancora più arrabbiata di prima: ma chi ci dice che un giorno non prenderà in mano un coltello?».
«Se è una persona che ha bisogno di supporto, perché non la seguono in una struttura idonea?».
«Mio figlio si è preso una mazzata nelle costole per proteggermi, se mi arrivava alla testa ci rimanevo: devo aspettare che ricapiti?».
«Ma nessuno pensa che qui abitano dieci bambini? Che hanno visto picchiare madri e padri e quando vedono lei si paralizzano per la paura? Che non possono neanche giocare liberi in cortile perché lei li filma col telefonino? Come faremo adesso che ricomincia la scuola? Devono essere terrorizzati ogni volta che escono la mattina?».
Ma la fascia debole è costituita anche da altri disabili e anziani: «Scappo se lei torna - dice una 68enne - già adesso che mi hanno detto che la scarcerano non dormo più». Così anche un 85enne. E poi c’è un altro tipo di paura: che dopo tante aggressioni, al prossimo episodio qualcuno reagisca: il clima è molto teso, non si sa cosa possa succedere qui. «Ma le istituzioni?» è la domanda che aleggia su tutto. «Abbiamo denunciato, documentato, la situazione è chiara a tutti ma questa persona, che non è neanche cittadina italiana, viene rimandata qui libera di fare quel che vuole?». —
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