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Il vescovo di Bologna ha celebrato qui la sua prima messa pre-Natale Lunga lettera a Papa Francesco per denunciare le condizioni di vita 

La chiesa in prima linea nell’aiuto «Lì dentro vivono un dramma»

S.D.

L’INTERVISTAAnche la Chiesa ha svolto un ruolo importante per gli internati della Casa di Lavoro di Castelfranco. «Castelfranco è una piccola comunità che per varie motivazioni non ha ancora compreso...

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L’INTERVISTA

Anche la Chiesa ha svolto un ruolo importante per gli internati della Casa di Lavoro di Castelfranco.

«Castelfranco è una piccola comunità che per varie motivazioni non ha ancora compreso realmente il dramma che vivono gli internati - racconta don Paolo Giordani - Bisogna aiutare queste persone a rifarsi una vita e l’intera società deve aprirsi a loro. Arriva per tutti il momento di rifarsi una vita».

Il mondo cattolico ha spesso teso la propria mano nei confronti degli internati della Casa di Lavoro locale. Non è un caso, ad esempio, che, una volta insediatosi, una delle prime azioni portate avanti dall’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi è stata proprio la visita presso l’istituto di Castelfranco. Il 13 dicembre 2015, infatti, Zuppi ha presieduto la messa in preparazione al Natale e ha visitato l’intera struttura incontrando i detenuti e gli internati. Il primo ottobre dello scorso anno, inoltre, in occasione della visita di Papa Francesco a Bologna, quaranta internati avevano fatto domanda per partecipare all’evento, ma solo diciannove sono stati autorizzati dalla Commissione interna del Carcere e dal Magistrato di sorveglianza.

«Reverendissimo Padre, grazie, non possiamo che dirle grazie per l’opportunità che ci ha dato di vederla e di potere condividere con lei un momento unico per noi - recita la lettera indirizzata al Papa e scritta dagli internati - Mai avremmo pensato di essere invitati perché molti ignorano la nostra esistenza, anche se, per fortuna, lei ha nominato un Vescovo che ha capito fin dal primo giorno la nostra difficilissima situazione. Siamo definiti socialmente pericolosi, delinquenti professionali o abituali. Abbiamo pagato, giustamente, fino all’ultimo giorno i reati commessi ma la giustizia non ha pietà per chi non riesce a pagarsi un buon avvocato, non ha pietà per chi non riesce a dimostrare che ha un progetto di vita perché non ha più lavoro, non ha più famiglia, non ha più casa (…) Il Magistrato teme che possiamo tornare a delinquere e nelle nostre condizioni di indigenza, senza aiuto, forse potrebbe aver ragione. I poveri, però, non riescono ad avere progetti di vita e allora un nostro amico internato compie 81 anni in Casa di lavoro e qualcuno lo trova normale».

In quell’occasione si è verificato anche l’allontanamento volontario di due internati che non sono ritornati nella struttura allo scadere del permesso accordato. Non si tratta, tuttavia, di una situazione nuova così come spiegato dai volontari che operano all’interno della Casa di Lavoro: stremati dalla condizione che quotidianamente vivono sulla propria pelle, si possono intuire le motivazioni che spingono un internato ad allontanarsi durante una visita all’esterno. —

S.D.

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