Parola di Giulio Burchi: «Dopo 35 anni meglio intervenire»
Sulle condizioni del viadotto interviene anche Giulio Burchi, ingegnere pavullese e manager tra i più importanti d’Italia. Negli anni ’80 seguì il collaudo dell’opera, e quindi la conosce benissimo....
Sulle condizioni del viadotto interviene anche Giulio Burchi, ingegnere pavullese e manager tra i più importanti d’Italia. Negli anni ’80 seguì il collaudo dell’opera, e quindi la conosce benissimo.
«Il ponte - ricorda - fu progettato dall’ingegner Franchini, direttore tecnico della Provincia, e il suo assistente era l’ottimo ingegner Villa».
«Il progetto - spiega Burchi - fu appaltato ad una impresa di Como, la Tettamanti spa, specializzata in opere di questo tipo, e il calcolo strutturale fu affidato al prof Zorzi, uno dei maggiori statici del tempo. Collaudatore fu nominato il prof Alessi dell’Università di Bologna, che io, giovane ingegnere, aiutai nelle procedure. Il direttore di cantiere era l’ingegnere Peduzzi, che incontrai di nuovo a Milano, quando ero presidente di MM, come responsabile tecnico della Reverenda Fabbrica del Duomo, professionista di primissima qualità. In definitiva, a parte il sottoscritto che era un professionista in erba, tutti gli operatori erano altamente specializzati in grado di garantire un ottimo risultato».
Nello specifico, Burchi precisa che «le strutture portanti sono tutte impostate su fondazioni profonde a pozzo, in particolare la pila centrale insiste su un pozzo di diametro di 8 metri, con profondità tra i 10 e i 15, idem per le spalle del ponte che sono su pozzi di diametro di 4 metri».
E qui un aspetto degno di nota: «Per definire le camere di getto dei pozzi fu utilizzato, una delle prime volte in Italia, il jet grouting, una tecnologia oggi molto usata e che consente di operare in sicurezza e precisione nelle strutture interrate».
In sostanza, secondo Burchi «dal punto di vista statico la sicurezza è ampiamente garantita, ma è chiaro che tutte le opere vanno manutenute. E quello che è stato documentato fotograficamente dovrebbe consigliare ad Anas interventi di restauro e ripristino del guscio esterno in cemento armato (che è stato scalfito dall’erosione fluviale e dalla vetustà) ed anche ad opere, peraltro di non grande impegno, di disciplina idraulica superficiale. Interventi non costosissimi, ma dovuti dopo 35 anni». —
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