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LO CHEF DELL’ “ERBA DEL RE” A CASA DOPO L’ INCIDENTE IN FRANCIA 

«Siamo vivi grazie alle cinture dell’auto»

Carlo Gregori
«Siamo vivi grazie alle cinture dell’auto»

Il monito di Marchini convalescente: «Nella caduta di 20 metri saremmo morti. Mettetele sempre, anche se sedete dietro»

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«Se sono qui a parlare è solo perché siamo stati salvati dagli angeli dal cielo e anche dalle cinture dell’auto. Vorrei che questa nostra disavventura servisse a riflettere sul fatto che le cinture vanno messe anche per chi viaggia di dietro. Mia moglie Antonella era l’unica a non averle messe: stava seduta dietro tra i ragazzi. E infatti ha riportato gravi ferite. Non mettersele perché si sta sul sedile posteriore è sbagliato: produce solo un’illusione di sicurezza».

Luca Marchini è ancora in convalescenza a casa. Lo chef e patron dell’Erba del Re e del Re Gras alla Pomposa porta un tutore a un braccio per una frattura non scomposta, mentre sua moglie Antonella - reduce da due interventi ortopedici - è ancora assistita per le lesioni ossee e la sua convalescenza richiederà molto più tempo. Illesi i loro tre figli. La vacanza in Bretagna è finita con un miracolo al termine di pochi terribili secondi del tutto imprevedibili. Il miracolo è però dovuto anche alle cinture che, nella caduta di 20 metri, hanno tenuto saldi i passeggeri. «Ci trovavamo a Pont Aven, la cittadina in Francia di tanti dipinti impressionisti, per un ritorno: io e mia moglie c’eravamo stati anni fa e volevano rivivere quei momenti coi ragazzi. Siamo partiti con una Land Rover Discovery 4 e meno male che avevamo quell’auto robusta».

La vicenda è nota: a Ferragosto durante una vacanza in Francia i Marchini percorrono la strada fino al ponte appena fuori dal paesino bretone e lì avviene l’incidente. Racconta lo chef: «Imbocco il ponticello a senso unico alternato quando noto che dall’altra parte arriva un’auto. Faccio un cenno al guidatore alzando la mano per trattenerlo e in quel momento la ruota anteriore batte su un gradino. E voliamo giù dal ponte sfasciando dei vecchi pilastrini di cemento. L’auto cade nel vuoto e poi rotola e capotta schiantandosi sui ciottoli del fiume. Bastavano un metro o due e ci saremmo schiantati contro i macigni al lato del greto. Saremmo tutti morti».

«Mentre l’auto precipitava e si sfasciava, in quei pochi istanti, continuavo a ripetermi: “È un incubo. Non è possibile che succeda adesso a noi, siamo vivi”. Poi, dopo l’impatto, sono sceso dall’auto frastornato. L’auto era così sfasciata che davanti a me, nel cruscotto sfondato, vedevo spuntare l’albero motore».

«Eravamo tutti vivi. Il braccio faceva un po’ male, solo dopo il dolore è diventato lancinante. Mio figlio Emanuele di 14 anni è stato coraggioso. Era sotto choc e urlava per l’adrenalina più che per la paura. Gli ho gridato di correre a salvare la sorella. Intanto io ho tirato fuori il fratello. Abbiamo guadato il fiume e i due ragazzi sono stati messi in salvo. Antonella invece era ferita seriamente».

La moglie, infatti, era l’unica dietro senza cintura di sicurezza. Al memento della caduta e del capottamento - racconta Marchini - è stata sbalzata nel bagagliaio che, come un bussolotto di dadi, l’ha gettata qua e là provocando lesioni a una vertebra, a una scapola, a un braccio e anche alcune costole incrinate.

«Io e Emanuele abbiamo portato i due fratelli in salvo e poi abbiamo soccorso mia moglie. In quel momento sono scesi i pompieri e la Gendarmerie. Guardando quelle pietre enormi ai lati che per una coincidenza non abbiamo colpito in una caduta di venti metri - parliamo di un’altezza che corrisponde a quattro piani di una casa - mi sono venuti i brividi: lì ho capito che siamo scampati a una morte atroce. E mia figlia, poi, è sana e salva solo perché si è messa la cintura 300 metri prima del ponte». —




 

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