Gazzetta di Modena

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Amarcord Galleria Civica di Modena: un tesoro che non c’è più

Cristiana Minelli
Amarcord Galleria Civica di Modena: un tesoro che non c’è più

Nel silenzio assordante delle istituzioni modenesi l’ente sta sparendo nel nulla Mostre con poco seguito, personale in fuga, sede deserta e degrado che avanza 

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MODENA. Mi è sempre piaciuto raccontare favole. E scriverle. Ma questa no, che comincia con “C’era una volta la Galleria Civica di Modena”. Confluita dieci mesi fa nella nuova Fondazione Modena Arti Visive, è ormai quasi definitivamente scomparsa dalla geografia degli istituti culturali di riferimento della scena contemporanea internazionale e dal passato, assai glorioso, di una città che da oltre cinquant'anni si faceva riconoscere, nel mondo, per la coraggiosa e rigorosa ricerca, per la spericolata sperimentazione, e per essere stata, in definitiva, un avamposto della nouvelle vague che sul piano artistico stava prendendo piede in tutto il mondo.

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Nel tempo sono stata testimone di diverse scene interessanti: qualche anno fa alla Morgan Gallery di New York la responsabile del bookshop mostrava il catalogo della mostra che l’istituto modenese aveva da poco dedicato a Josef Albers definendolo “un lavoro impeccabile”. Ad Amsterdam la responsabile dell’ufficio stampa mi venne incontro con in mano una copia del magazine della Galleria “civico 103”, e un sorriso stampato in faccia, “Great!”. Quest’anno, al Metropolitan di New York mi hanno chiesto che fine ha fatto la Galleria.


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È ora di dirlo, perché il silenzio assordante che sta accompagnando la sua agonia è davvero diventato insopportabile. Originata da una spinta culturale furoreggiante, che ha fuso insieme, come un crogiuolo magico, competenza, passione e lungimiranza politica, la Galleria Civica è figlia di quella stagione unica e irripetibile che ha dato origine agli istituti culturali della nostra città.

“Una macchina perfetta” (così la descrisse Fausto Ferri, storico responsabile degli allestimenti all’allora Assessore alla Cultura Mario Lugli), capace di mettere in moto un progetto culturale, di condividerlo con partner internazionali, di organizzarlo, allestirlo e promuoverlo in totale autonomia. Di dare vita a performance e iniziative. Di accogliere e inventare sperimentazioni musicali, di suscitare dibattito, di creare nuove riviste cui hanno collaborato, gratuitamente, alcuni dei migliori scrittori contemporanei.

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Di documentare ogni capitolo della sua storia con cataloghi prestigiosi, di inventarsi una linea di borse, di trasformarsi, per beneficenza, in una casa d’asta di pregio. Ci ho lavorato per quasi quindici anni occupandomi di ufficio stampa e di comunicazione e sono stata fra le prime teste a cadere, dopo il tonfo, clamoroso, che fece quella dell’allora direttore Marco Pierini, il primo dirigente culturale esautorato da quattro salami e da una fila di salsicce che la storia ricordi.

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Anche dopo essere rimasto senza direzione, l’istituto ha saputo portare avanti il programma ricevuto in eredità in un eroico sforzo di sopravvivenza. Come diceva Angela Vettese, “Transeat”. Guardiamo avanti. E ci abbiamo provato, perfino credendo al progetto culturale che si andava profilando, che avrebbe riunito sotto un’unica direzione, Galleria Civica, Museo della Figurina e Fondazione Fotografia. Poi, cos’è accaduto? Sono occorsi anni perché l’operazione di trasformazione nel nuovo soggetto giuridico fosse compiuta, un tempo biblico per dare una direzione alla stessa… e poi ? Non un sito, nemmeno un logo, nessun ragionamento che dal punto di vista grafico e progettuale cercasse di ricompattare la storia di tre identità ben definite e riconoscibili verso il nuovo corso che si stava disegnando. Una programmazione presentata a pezzi e bocconi. Una direzione assente. Nel totale, colpevole, silenzio di tutta la classe dirigente coinvolta nell’operazione.
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La verità, oggi, è che se sali lo scalone di Palazzo Santa Margherita, come è capitato a me per recuperare alcuni effetti personali, oltre al degrado dell’edificio, che a partire dal chiostro ti accoglie sporco, scrostato, popolato da vele che lo fanno somigliare ad una pompa di benzina (ma anche qui la Soprintendenza non ha nulla da dire?), ti colpisce il silenzio. Mancano le voci. Mancano le persone. E quel corridoio di uffici che pullulava di vita pulsante, di energia e di passione oggi tace. Fra buio e porte chiuse. Avevo giurato a me stessa che chiuso il capitolo con la Galleria non ne avrei mai scritto. Troppo facile liquidare qualunque mio pezzo come una bieca rappresaglia. Ma ora che ho visto quel silenzio, un silenzio così potente che si percepisce alla vista, quasi al tatto, credo di dover testimoniare il mio smarrimento. Lo devo a chi non ha avuto la fortuna di percorre quello stesso scalone e quei corridoi quando li ho percorsi io. Che non ha collaborato a iniziative indimenticabili come lo sono state, fra le altre, le mostre di Nobuyoshi Araki, quelle sulla Pop Art, e ancora Kusama, Rondinone, Pistoletto, Mark Dion, Art Kane. E si potrebbe continuare. Ho lasciato l’ufficio che c’era ancora uno staff, benché dolorosamente orfano della direzione da un anno. Ora che un direttore c’è, anche se preferisce dirigere da lontano, lo staff non esiste praticamente più e i sopravvissuti vagano nella desolazione. Al Museo della Figurina, poco più in là, è rimasta una persona soltanto, a tempo determinato, in part-time. (Sono 500 mila pezzi, una collezione unica al mondo, qualcuno, per caso ne ha memoria?).

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Nella scatola di cartone che mi sono portata a casa ci sono frammenti di un passato che per me non passerà mai. Il racconto che Giuseppe Pederiali mandò appena prima di restare vittima di un incidente stradale, diversi press kit su CD, il primo esilarante scambio di e-mail con Angela Vettese, (con lei fu subito amore), un multiplo numerato e firmato da Piero Gilardi, il cartello che comunicava che il numero 9 della nostra rivista dedicato a John Lennon era andato subitamente esaurito, fotografie, biglietti, libri preziosi. E infine la mia rubrica, coi numeri i telefono di mezzo mondo: musei, artisti, fotografi, gallerie, critici, redazioni, cantanti, interpreti, scrittori, attori, case editrici, produttori televisivi. Oggi che la trama di quello che è stato uno straordinario, direi epico, romanzo (artistico) di formazione si è trasformata in quella di un horror anche un po’ grottesco, mi chiedo solo perché non ci sia nessuno, finora, che abbia avuto il coraggio di dire qualcosa. Nemmeno un “Perbacco!”.

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Marcello D’Orta, maestro di ironia partenopea, ha portato alla luce una frase geniale, generata dalla penna di uno scugnizzo. Dovendo scrivere un tema sul Terzo Mondo, e avendo la possibilità di osservare da vicino il suo, scrisse “noi siamo molto più terzi di loro”. Ecco credo che il management che ha curato l’istituzione della Fondazione Modena Arti Visive sia responsabile proprio di questo. Chiunque (dei pochi rimasti), guardando fuori dalle finestre degli uffici di Palazzo Santa Margherita, pensando alle istituzioni più “sgarruppate” del pianeta, può tranquillamente affermare “Siamo molto più terzi di loro”. —

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