Cpl, sui fondi neri dalla Tunisia il pentito ritratta: «Stipendi»
Al processo di Modena l’imputato Simone che accusa carabinieri e pm di Napoli «Ho firmato senza leggere, ero confuso, loro volevano solo i nomi dei politici»
CONCORDIA
L’ultimo colpo di scena, ancora una volta favorevole Roberto Casari e agli altri imputati nel processo delle tangenti e fondi neri di Cpl, è arrivato ieri. Francesco Simone, coimputato a sua volta e di fatto l’unico “pseudo pentito” dell’inchiesta, ha ritrattato le sue confessioni. La sorpresa è arrivata durante l’interrogatorio dell’ ex super consulente della coop, alla sbarra con i conosciuti ex dirigenti, incluso l’ex presidente del Modena Maurizio Rinaldi, prt avere reato fondi neri in Tunisia. Fondi necessari a garantire la liquidità che gli stessi dirigenti della Cpl usavano per presunte tangenti.
E così quella che doveva essere la giornata delle conferme di quanto dichiarato da Simone sia nell’interrogatorio con gli investigatori di Napoli (il pm Woodcock e l’ufficiale dei carabinieri del Noe, Scafarto) e poi con i sostituti procuratori di Modena (Mazzei e Niccolini) che hanno ereditato l’inchiesta, si è tradotta in una nuova baraonda. In una mattinata di “batti e ribatti” tra i pm che conducevano l’interrogatorio e l’imputato che ha stravolto la versione sottoscritta prima a Napoli e poi a Modena. Quando, si ricorderà, la Procura geminiana decise di scarcerarlo, anche per premiare quella sua collaborazione.
Aveva ad esempio raccontato che attraverso il pagamento di consulenze farlocche per operazioni inesistenti o gonfiate in Tunisia aveva riportato in Italia quei fondi, nascosti in un passeggino; andando fino a Siena a consegnarli ai vertici della Cpl, che in quella città stavano seguendo la squadra di calcio. Nella sua ritrattazione, Simone ha raccontato tra tanto altro di essere stato un uomo di riferimento del Partito Socialista, e di avere frequentato la Tunisia anche in relazione all’esilio di Bettino Craxi, che poteva aprire in quello stato opportunità di investimento e di affari.
Nella sostanza, Simone non ha potuto negare di avere maneggiato quelle ingenti somme - si parla di centinaia di migliaia di euro - ma ha affermato che si trattava di soldi suoi, di compensi, di un lecito possesso di denaro, non altro. E soprattutto ha cercato di assecondare l’onda politico istituzionale che vorrebbe Woodcock e Scafarto impegnati in ingiuste campagne giudiziarie a sfondo politico. «Ero un uomo provato, confuso, volevo solo uscire dal carcere. Sì, è vero, i verbali di quegli interrogatori li ho firmati, si è vero, c’era ad assistermi un avvocato, ma io non li ho neppure riletti quando me li facevano firmare, non ero in condizione psicologica di leggerli... ». Come dire che le confessioni erano state di fatto “forzate”: «Il pm mi chiedeva sempre di fare i nomi dei politici...», ha provato ad affondare Simone.
Ne è scaturito un esame teso, così come teso è stato il “controesame” del suo stesso avvocato difensore, fatto per avvalorare il nuovo clima favorevole alle difese. Ad assistere c’erano sia Rinaldi che Casari. E Casari, a commento, si è limitato a ribadire: «L’unico mio interesse è che venga alla luce la verità. E finalmente anche in questo caso vedo che la verità comincia a farsi strada».
Di opposto avviso gli interventi dei pm, a margine: «Si cerca di giustificare la ritrattazione accollandola agli investigatori di Napoli, ma quelle dichiarazioni Simone le ha rese anche a Modena, in un contesto diverso, davanti ai pm che l’hanno scarcerato». Insomma, ritrattazione non attendibile, fatta per scagionarsi e scagionare. Deciderà la Corte. —
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