Jean Luc Nancy: Oltre l’inganno della menzogna
Circondati da fake news, convinti che siano sempre “loro“, cioè “altri” a crearle: e “noi” dove siamo?
Jean Luc Nancy
Una notizia corre per il mondo: siamo inondati di false notizie. Siamo infestati da fake news, di notizie fabbricate, inventate per ingannarci.
Non possiamo più fare affidamento su alcuna informazione poiché tutte possono essere state confezionate con l’intento determinato di indurre in errore il pubblico – almeno quello che non ha accesso ai segreti per fabbricare queste illusioni, trappole o virus. Il fenomeno è così comprovato – “provato”, cioè riconosciuto come vero, attestato, autenticato – da doverne trarre la conclusione che la verità è collassata. La verità è passata, sorpassata, viviamo in un'era di post-verità. L'unica verità, dobbiamo concludere, è che la post-verità ci domina.
Si potrebbe rinnovare qui il famoso paradosso del Mentitore: se dice che sta mentendo, dice una verità o una menzogna? Da Epimenide di Creta a Kurt Gödel questo paradosso ha molto impegnato il pensiero e ha messo in luce l'aporia della cosiddetta autoreferenza: un'affermazione non può parlare di se stessa. Aporia che è possibile estendere, almeno a titolo di domanda: qualcuno può parlare di se stesso?
Basta riflettere seriamente su questa domanda applicandola a se stessi per capire fino a che punto sia impossibile rispondere “sì”.
Si obietterà che il discorso della post-verità e delle fake news non è un discorso autoreferenziale: non parla di coloro che lo enunciano, parla di altri, vale a dire soprattutto di uomini politici e di quanti svolgono funzioni di comunicazione o di informazione – il che equivale anche a far credere che tutte le informazioni siano anche dichiarazioni più o meno dissimulate di intenzioni, preferenze e occupazioni di campo.
esatto che quanti denunciano il regno della post-verità non sono quelli accusati di manomettere l'informazione e montare trappole di annunci, rivelazioni, progetti. È altrettanto esatto – e salutare – ricordare che nulla è più diffuso della denuncia di menzogne, dissimulazioni, maneggi e complotti dei potenti, si tratti di politica o di economia, di qualità dei prodotti o di realtà dei fatti. Niente è più comune della certezza che "loro" ci ingannano – "loro" o "si", cioè tutta la popolazione anonima dei presunti agenti del potere, del sapere e del valere.
È un dato di fatto incontestabile ed è anche il contenuto più frequente di una quantità infinita di discorsi che si tengono e si scambiano ogni giorno nei bar, nei corridoi, ovunque circoli la più banale espressione del malcontento di fondo di una società che si sente in effetti priva di qualsiasi riferimento di fiducia e di verità.
È un dato di fatto – è il fatto di un disagio che non riguarda solo i più umili, i meno potenti e meno garantiti: riguarda l'intera civiltà, come Freud aveva cominciato a dire quasi ottant'anni fa, quando, nel 1930, pubblicò Il disagio della civiltà.
È un fatto di civiltà non pensarsi più capaci di verità – o di pensare che la verità sia costantemente e sistematicamente rubata.
È degno di nota che oggi si produca un diluvio di fatti: i cosiddetti big data, l'enorme quantità di dati raccolti da tutti gli strumenti di informazione, controllo, censimento e indagine. Questa quantità è divenuta tale che il suo trattamento richiede nuove procedure informatiche e cibernetiche che sfidano le capacità umane. Ma questi dati sono già essi stessi dei prodotti di sistemi di informazione, ricerca e osservazione il cui software è da mettere in discussione. Produciamo dei fatti la cui natura è discutibile e il cui sfruttamento è parimenti discutibile. Non c'è da stupirsi se con i big data si diffondono dubbi, diffidenza e il sentimento fantasmatico del complotto oppure della post-verità.
* Estratto della lezione in programma a Sassuolo, Piazza Garibaldi,
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