Massimo Cacciari fa il pieno e invita tutti a cercare sempre la verità nelle cose
«Ognuno di noi è chiamato a porsi in questa prospettiva» Piazze gremite anche nelle altre città del Festival Filosofia
MODENA. Piazza Grande gremita e incurante del sole battente ieri pomeriggio a Modena in occasione della lezione magistrale “Aletheia” di Massimo Cacciari, che ha visto il tutto esaurito anche nella chiesa San Carlo dove si trasmetteva in contemporanea sul megaschermo la lezione del professore, che è partito dal termine greco verità per vedere le grandi differenze che porta con sé.
Passando dal testo di Esiodo a Platone, si è analizzato come «il bene fornisce verità alle cose conosciute: la verità appartiene alla cosa, è la dimensione dell’essente nella sua disvelatezza – ha spiegato Cacciari – La verità riunisce l’oggetto conosciuto alla facoltà di conoscerlo, la cosa è conoscibile perché è manifesta».
In entrambi gli autori citati, si insiste sull’idea di verità come carattere della cosa: dire le cose come stanno, è così che il mio dire allora è autorevole perché le cose come stanno sono la verità. «In tutto questo – dice Cacciari – il discorso deve assumere un proprio ordine per corrispondere alla cosa in verità. Sullo sfondo delineato, dunque, cosa ci appare manifesto? Soltanto enti finiti, determinati, comprensibili nella loro finitezza. Ogni ente ha un confine che lo pone in relazione con un altro, e in questa relazione posso esprimerlo, conoscerlo».
Non posso esprimere l’ente secondo sé stesso perché in sé stesso l’ente non è mai definibile nella sua irriducibile sostanzialità: ognuno di noi è quel sé, unico, ogni essente è quel simbolo.
«Si delinea quindi un’opposizione tra finito e infinito – prosegue Cacciari – Una via di comprensione può essere interrogare questa distinzione, ma ha senso questa differenza? Perché quando vedo l’essente non posso vederlo e concepirlo come concatenato all’infinito in sé stesso? Perché devo scindere l’essente che vedo dalla sua concatenazione con il tutto?».
Vederlo nella causa perché, come direbbe Spinoza, “quest’ultimo grado di conoscenza rende lieti”. «Quella differenza su cui si fonda tanta filosofia contemporanea, la filosofia della finitezza, va messa in discussione – dice Cacciari – Le conoscenze finite vanno collocate in questo sapere/vedere l’infinito e il tutto. Apparenza e verità: la verità abbraccia anche l’apparire, il finito».
La verità infinita ha in sé il finito che a sua volta è manifestazione della verità. In questo sta l’invito a superare il discorso della finitezza opposta alla connessione del tutto: l’essente finito, infatti, è la manifestazione della connessione degli essenti nel tutto.
«Ogni nostra forma di dire, quando è un dire serio e responsabile, è prospettiva sulla verità – prosegue Cacciari – Non partiamo tutti come prigionieri del fondo della caverna? Tutti veniamo da lì, non abbiamo altre partenze. Anche il numero è la costituzione dell’essente e per comprendere l’essente devo capire che è costituito ontologicamente dal numero. Anche la matematica è un mezzo fondamentale per comprendere. Veniamo da una stagione filosofica che ha diviso e suddiviso ma è tempo di connettere, è arrivato il momento in cui è possibile riconnettere i diversi campi in cui la verità si dice».
Diceva Kafka: «È difficile parlare della verità perché, sebbene ce ne sia una sola, è vivente e ha quindi un volto che cambia con la vita». Non possiamo non indagare secondo questa prospettiva comune, pur in presenza di prospettive distinte che però non devono essere separate: questa è la prospettiva verso cui andare per una ricerca plurale della verità, nella presenza singolare del nostro esserci ognuno di noi è chiamato a porsi nella prospettiva della verità. —
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