Natoli: «Quante falsità Oggi chi dice la verità rischia l’indifferenza...
Due piazze gremite di pubblico per la lezione dedicata alla “Parresia”
MODENA. «Se un tempo il parresiasta rischiava la vita, oggi nello sciame di menzogne della rete rischia l’indifferenza».
Rischio, quest’ultimo, che certo non corre Salvatore Natoli. La cui voce, al pari di quella dei grandi parresiasti della storia, Socrate in primis, attraverserà i secoli. O forse solo i decenni. Il che è un buon risultato se si considera quanto l’uomo del terzo millennio tenda alla smemoratezza. Intenso ma mai sopra le righe Natoli, a lungo professore di filosofia teoretica all’Università di Milano-Bicocca, vanta una chiarezza espositiva fuori dal comune (ossia da vero parresiasta. Leggi: colui che spinto da una motivazione etica sente l’obbligo di dire la verità pubblicamente).
Tanto che ascoltarne il pensiero ha il sapore esclusivo del privilegio. Non a caso è figura autorevole ma non autoritaria – «l’autorevole convince qualcuno a fare qualcosa senza obbligarlo» – del Festival della Filosofia ormai da tre lustri. Parresia: etica della verità. Dire tutto. Parlare chiaro senza peli sulla lingua. Obbligo di denunciare la verità in pubblico di fronte alla città. Ecco in una sola parola, parresia appunto, la magistrale lezione di Natoli che ieri ha saputo conquistare la platea – sinceri e prolungati gli applausi - tanto in Piazza Grande quanto in Piazza XX Settembre.
La parresia, la cui condizione è la democrazia, non si presenta però in prima battuta. In principio fu il pensiero. Di conseguenza la verità. «Il pensiero, ossia la disposizione naturale dell’uomo verso la verità, toglie le cose dal nascondimento. La dimensione originaria del pensare, del nostro esserci nel mondo, è rivelare. Quando desideriamo vedere una cosa in tutta la sua evidenza ecco che si apre la dicotomia tra vero e falso. Verità significa afferrare l’entità nella sua piena identità». A detta del professore-filosofo nato a Patti (Messina) nel 1942, la verità mai è universale se non nella forma di quella stessa identità che soddisfa il principio di non contraddizione. Il relativismo è però fuori questione. «Deve esistere una teoria, o un codice -di fatto l’ordine del discorso - in base a cui io posso affermare che questo è vero. La verità essendo sotto condizione non è mai arbitraria. Senza rigide condizioni si entra nel vago. Prendete la poesia ad esempio. I poeti canonici fungevano da base alla poesia successiva. Il canone italiano è stato Dante, quello greco Omero». Ma qual è la differenza tra colui che è sincero ed il parresiasta? «Il sincero vanta disposizione spontanea a non ingannare. Dice la verità se può accertare che il contenuto è vero secondo le regole di oggettività. Ma non ha l’obbligo di dire la verità. Il parresiasta ha invece l’obbligo di dire la verità pubblicamente. Diversamente verrebbe meno alla giustizia, agli interessi della città. Il suo è un discorso dirompente capace di porre in luce ciò che non si sa.
Condizione per la parresia è la democrazia. Nonché il gioco dell’ascendente: il parresiasta deve possedere l’autorevolezza per muovere all’azione chi lo ascolta. Questo però esige un pubblico, un’assemblea competente». In caso contrario il disastro incombe. Può infatti attecchire il pensiero di colui che sa stimolare gli istinti più bassi della comunità. In tal caso la democrazia sarà disfunzionale. —
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