Suona la campanella: tra scuola e famiglia vale la legge della montagna
Comincia un nuovo anno scolastico alla ricerca di un dialogo necessario se vogliamo bene ai nostri figli
In montagna esiste una regola non scritta e sui sentieri di tutto il mondo accadono due cose: si fa fatica, m a ci si saluta sempre.
Ecco, se il primo giorno di lezione - al di là di decaloghi, presentazioni, iPad, libri classici, metodi tradizionali e innovazioni digitali - fosse dedicato a questo scambio di sguardi complici tra scuola e famiglia, ci troveremmo davanti ad un’annata che certamente inizierebbe sotto i migliori auspici. Sapere, insomma, che la scuola non è un passeggiata, ma mentre la si vive bisogna anche saper sorridere.
Da una parte ci sono gli insegnanti. Di scuola, in questi tre mesi di astinenza dai banchi, si è parlato con poca fiducia, e i prof. lo sanno: loro sono spesso le prime vittime di una situazione grottesca che anche lunedì si materializzerà, quando ci saranno istituti dove mancheranno decine di cattedre o, alla meglio, verranno nominati supplenti a ore, pronti a essere spostati di decine chilometri dopo pochi giorni.
Dall’altra ci sono le famiglie: silenziate le chat di Whatsapp per qualche settimana, i messaggi sono ripresi per sapere di che colore devono essere le penne nell’astuccio. Ma per fortuna non è tutto. Mamme e papà hanno anche aspettative sulla scuola dei figli, che funzionano fino a quando queste non diventano pretese.
E in mezzo stanno i figli. Figli che vivono la disorganizzazione della scuola, perchè questa spesso esiste ed è inutile negarla. Figli che subiscono, spesso anche senza accorgersene, l’ansia dei genitori che vorrebbero per il loro studente modello sempre professori alla Umberto Eco.
Quando, allora, scuola e famiglia potrebbero funzionare meglio per il bene dei figli? Quando entrambe capiranno, come in montagna, che l’una ha bisogno dell’altra.
Basterebbe il vecchio gioco dei ruoli, chiamatelo come volete, anche “se fosse...”. Ecco, se la mamma fosse insegnante, cosa farebbe? E viceversa. Ne uscirebbe un quadro certamente meno conflittuale e più costruttivo, meno esasperato e più razionale. Un quadro che non deve negare il problema laddove esiste, deve piuttosto trovare i mezzi per saperlo affrontare.
Perchè non c’è peggior problema di quello che viene da una parte negato (la scuola che a volte si difende) e dall’altra enfatizzato (il genitore che a volte esagera).
E la parte più dura della salita in montagna, è lì che ti devi fidare e capire.
Capire che la famiglia non può delegare alla scuola l’educazione dei figli: la famiglia deve esserci e la scuola deve saper guardare un po’ più in là del banco.
Capire che oggi la scuola sta diventando sempre più un luogo di appartenenza, dove i ragazzi, con più frequenza rispetto al passato, circoscrivono il loro mondo. L’apprendimento non può più essere il solo faro che illumina la scuola. La scuola non è solo un luogo, è sempre più anche vita per i ragazzi. E allora, se ci teniamo a loro, facciamo in modo che quella vita sia il più possibile serena. E se non ce la facciamo a salutarci sul sentiero di montagna in salita, almeno parliamoci. Sarebbe già un grande successo. Per la famiglia, per la scuola e per i nostri figli. —
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